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N. 72   - Dalla Valtellina  

        Editoriale

 Il sistema ambientale di un borgo alpino:

Il caso di Ponte in Valtellina

Ponte Valtellina: chiesa di S.Maurizio, Madonna con il Bambino, sec. XVI (foto D. Benetti ©).

a cura di Mara Sutti

Nell’ambito del corso di "Storia della città e del territorio", tenutosi presso la facoltà di Ingegneria di Lecco, abbiamo deciso di occuparci del Comune di Ponte in Valtellina in quanto, per le sue caratteristiche, è stato ritenuto adeguato alle finalità di studio che ci eravamo proposti. Gli aspetti considerati in questo lavoro di ricerca sono stati: le vicende storiche e lo sviluppo del borgo, le questioni circa la definizione dei confini comunali, le tipologie edilizie, le chiese, le superfici boschive, i pascoli, la presenza di limiti e vincoli imposti dalle leggi sul territorio al fine di salvaguardarne l’utilizzo, i lineamenti socioeconomici. Di alcuni di questi temi esiste già una copiosa bibliografia, ne tracceremo quindi solo i punti principali soffermandomi più a lungo sui rimanenti aspetti di maggiore interesse territoriale e paesaggistico.

Il territorio su cui si estende il comune di Ponte in Valtellina inizia ad essere interessato da un processo d’antropizzazione in epoche piuttosto lontane. Ciò dipende presumibilmente dal fatto che questa zona presentava grande disponibilità di legna e di pascoli, oltre che un'ubicazione favorevole grazie alla buona esposizione al sole e alla posizione sopraelevata rispetto al fondovalle spesso soggetto ad inondazioni. La presenza dell'uomo sembra risalire all'età del bronzo anche se, a Ponte, il reperto più antico venuto alla luce è di epoca romana. In tale periodo esisteva già un borgo abitato da persone dedite ad un'economia agro-pastorale. Tale attività era infatti favorita dalla presenza abbondante di acqua così pure dalla facilità con cui si potevano raggiungere i pascoli in quota. Il paese conobbe una crescita in epoca medioevale, periodo in cui acquistò anche il suo nome definitivo pur costituendo un'unica entità comunale con Chiuro. Il processo di crescita continua in epoca comunale: ciò è testimoniato anche da palazzi di questo periodo aventi un pregevole valore. Il fatto che il borgo acquisisca sempre maggior importanza dipende anche dall'influenza di famiglie quali ad esempio i Quadrio: grazie ad essi Ponte diviene municipalità autonoma intorno al XIII-XIV secolo. La crescita rilevante è testimoniata anche dalla comparsa, nel 1369, di un primo libro dell'estimo. Ponte fu una delle prime comunità della valle ad adottare questo sistema di gestione amministrativa e fiscale. In questo documento sono riportate le valutazioni degli immobili con indicati il tipo di coltura, l'ubicazione, la valutazione dei fitti e altre disposizioni varie. Già nel 1400 il borgo risultava diviso in contrade, le più antiche delle quali sono Bérola, Borgofrancone e La Torre. In posizioni importanti da un punto di vista strategico , sia nel borgo che negli altri centri, sorgevano delle torri. Fra le tante solo di una restano tracce visibili e consistenti: si tratta di quella ubicata in località Campéda. Nello stesso periodo si erano andate sviluppando sul versante orobico anche le altre comunità entrate a far parte del comune. Queste restarono per lo più legate ad una vita silvopastorale ed erano rappresentate da Sazzo e da Carolo (allora Carugo). Non esisteva invece ancora Casacce. Fino al 1460 Ponte aveva fatto parte della pieve di Tresivio: in tale data si stacca acquisendo piena autonomia religiosa come parrocchia. Questo fa sì che si delinei anche il ruolo economico e territoriale di Ponte oltre che un aspetto urbanistico pressoché definitivo. In tale periodo le contrade si ampliano, ne sorgono di nuove, cadono in rovina i castelli, alcune torri vengono cimate altre addirittura abbattute. In tale periodo l'ordinamento del comune si basava sulla divisione in quadre predisposta secondo il censo delle famiglie. Erano presenti le quadre dei Maggiori, dei Minori e dei Vicini. Le prime due includevano le famiglie nobili di Ponte. La quadra dei Maggiori comprendeva ad esempio la maggior parte delle famiglie Guicciardi e i membri più facoltosi dei Quadrio. Queste famiglie risiedevano principalmente nella zona che partendo da piazza della Vittoria, si protrae verso nord – est, e comunque attorno alla chiesa di S. Maurizio. La quadra dei Minori comprendeva le famiglie nobili di Ponte aventi un censo inferiore a quello posseduto dalle famiglie appartenenti alla quadra dei Maggiori. La quadra dei Vicini racchiudeva in sé tutte le famiglie non nobili del comune e si divideva a sua volta in: Vicini al di là dell’Adda e Vicini al di qua dell’Adda. I Vicini al di qua dell’Adda erano per lo più rappresentati dai capofamiglia pontaschi. I Vicini al di la dell’Adda erano localizzati nelle frazioni di Carolo, Sazzo e Arigna. Democraticamente venivano eletti dei rappresentanti che si riunivano nella piazza antistante la chiesa di S. Maurizio per deliberare in materia di interesse comune. Nel corso del 1500 il borgo continua il suo sviluppo urbanistico ed architettonico così come è dimostrato dai palazzi cinquecenteschi: si tratta perlopiù di ampliamenti di edifici preesistenti ubicati in varie zone dell'abitato. Nel 1640 fu costituito un fondo destinato ai Gesuiti affinché aprissero un collegio in Ponte con scuola annessa. L’edificio venne eretto in località Campéda ed operò fattivamente anche grazie alla generosità di potenti famiglie locali fra cui i Quadrio. Con l'età napoleonica Ponte, così come tutta la Valtellina, si trova assoggetto alle dominazione austriaca: sopravvissero comunque intatte le tradizioni culturali e non si verificarono grandi cambiamenti nell'assetto urbano. Successivamente il paese si estende in modo graduale e progressivo alla periferia; modifica le sue attività produttive passando dalla viticoltura alla frutticoltura. L'aspetto del comune si mantiene tuttavia inalterato: le vecchie contrade percorse da strette vie acciottolate, gli edifici eretti in pietra a vista, gli eleganti palazzi testimoni delle vicende passate.

Il territorio comunale di Ponte si estende per 69.48 Kmq; il tredicesimo per estensione tra i comuni della provincia, in parte sul versante retico, compreso tra la valle del Ron e la val Fontana, in parte sul fondovalle, dove si trovano le frazioni di Casacce e Carolo e in parte sul versante opposto, con le frazioni di Sazzo e di Arigna. La definizione dei confini territoriali risale al XIV secolo: il loro andamento non sempre rispetta i limiti naturali rappresentati dai corsi d'acqua e dalle creste. Il tracciamento dei confini portò ad annose liti in quanto la sussistenza e la vita dei comuni erano fortemente legate all'ambiente circostante, sia per il pascolo che per le risorse di legname. Ad esempio Ponte e Chiuro (a cui apparteneva in passato anche Castello dell'Acqua) inizialmente usufruivano di tutti i beni, sia in val Fontana che in val d'Arigna, in modo promiscuo. Le discordie che si susseguirono portarono, nel 1444, alla divisione dei monti e dei rispettivi diritti di pascolo e boscheggio. Anche successivamente si verificarono nuove controversie che portarono, nel 1653, a nuovi accordi sui confini sia per il versante retico che quello orobico. In tale circostanza il Piano del forno fu affidato interamente al comune di Ponte. Rimaneva aperta la lite sulla promiscuità dell’alpeggio di S. Stefano, ubicato in territorio comunale di Ponte, ma assegnato in proprietà al comune di Castello dell’Acqua. Tale controversia si è protratta fino al 1952, anno in cui fu emanata un’ordinanza da parte dell’Istruttore Demaniale geom. Picchi per lo scioglimento della promiscuità. Tre anni più tardi furono fissati i confini dei pascoli. Le dispute con i comuni di Piateda e di Tresivio per la definizione dei confini occidentali sul versante orobico furono molto accese tant’è che generalmente si parla di "Vicenda per il possesso della Cavrera e Uniti". Il primo documento in cui si affronta la vertenza data 1339 e giace presso l’archivio comunale di Ponte. Sicuramente, prima di questa data, Ponte, Tresivio e Piateda avevano goduto in modo promiscuo le zone di Cavrera e Uniti facendovi pascolare le mandrie, usufruendo di erba e legname sotto determinate norme. La cosa avrebbe potuto funzionare se Piateda, come Ponte e Tresivio, avesse avuto oltre a tali zone di uso civico, zone di sua sola competenza. La lite fu definita per la prima volta nel 1339 e si è protratta sino al 1862, anno in cui fu pronunciato il lodo definitivo. Con questo atto la proprietà del luogo era attribuita al comune di Ponte, mentre a favore di Piateda, Boffetto, Tresivio e Castello dell’Acqua erano riconosciuti dei diritti di servitù. Esistono inoltre degli atti riguardanti la valle del Ron, il più antico dei quali risale al 1512. In quest’atto è previsto anche un "tensimento" dei boschi ed una ripartizione delle acque. Nel settore retico, nel corso dell’Ottocento, era stata aperta una miniera di piombo il cui sfruttamento è cessato verso la metà di questo secolo. Sull’altro versante, invece, l’attivita mineraria fu ben più intensa già a partire dal medioevo. Vi si estraeva il ferro (da cui diversi toponimi, tra cui ferèri, furni... ) i cui costi di escavazione e di trasporto erano pero così alti da scoraggiarne la prosecuzione. Osservando il paesaggio in cui si inserisce il comune di Ponte si possono notare segni evidenti della presenza dell’uomo, segni che comunque denotano un grande rispetto per un territorio che, a lungo, e stato l’unica fonte di sopravvivenza per chi non voleva ricorrere all’emigrazione come ad una via di fuga. Sul versante retico spiccano i muri a secco dei terrazzamenti sui quali, per secoli, si è coltivata la vite. Più in alto compaiono maggenghi inframmezzati da selve e boschi. Sul versante orobico prevale una vegetazione silvana che si alterna alle baite, in buona parte ristrutturate ed abitate nei mesi estivi. Infine, sia al di qua che al di là dell’Adda, nelle zone a maggiore altitudine trovano spazio i pascoli resi più agevoli dalla costruzione di tracciati rotabili.

Analizzando il nostro territorio ci si rende conto che varie zone sono caratterizzate dalla costanza nell’uso di determinati materiali e dalla presenza di particolari soluzioni abitative e urbanistiche. Del resto ogni tipo di costruzione è realizzata tenendo in grande considerazione le singole situazioni ambientali, la cultura degli abitanti, il tipo di economia principale dell’area e gli influssi esterni dovuti a fenomeni migratori.

Fino a pochi anni fa la maggior parte della popolazione era occupata nel settore agricolo e silvo-pastorale: le costruzioni ad uso abitativo sono quindi principalmente di tipo rurale. Il materiale prevalente nella costruzione è la pietra, disponibile direttamente sul luogo, impiegata secondo conci di varia forma di piccolo-medio taglio tenuti insieme da materiali leganti come malte e intonaci. Molto raro è l’utilizzo di grosse pietre o "megaliti" semmai presenti nelle fondazioni degli edifici o nelle parti angolari. Questa caratteristica dipende presumibilmente dal fatto che il processo di edificazione era di tipo familiare e quindi si poneva il problema della poca maneggevolezza della pietra di grande taglio. L’impiego di pietra di piccola-media pezzatura ha consentito la realizzazione di una notevole varietà di soluzioni abitative, suscettibili nel tempo anche di modifiche e aggiunte in modo da rispondere alle nuove esigenze. La tipologia di copertura più utilizzata è senz’altro quella a doppia falda a pendenza costante (a capanna). Il tipo di rivestimento più utilizzato è quello con "piode" inchiodate su di un assito che appoggia direttamente sui travicelli. Le porte sono realizzate in legno e le finestre con delle grate esterne, delle ante vetrate e degli scuri interni. Nei locali ad uso agricolo, stalle e fienili, si trovano delle rifiniture meno curate. L’architrave è sempre realizzato in legno, a volte anche ricurvo, e gli stipiti anch’essi in legno ovvero in muratura. Le porte sono spesso dotate di chiusura a catenaccio; le finestre sono di dimensioni molto ridotte, senza infissi, solo con la presenza di grate. Generalmente le scale sono realizzate interamente in legno. Scale totalmente in pietra si trovano quasi solamente in corrispondenza dei terrazzamenti. E’ stata anche riscontrata la presenza di un sistema strutturale misto in legno e pietra. La funzione portante è svolta da uno strato di legno ottenuto accostando vari elementi lineari. Sopra di questo sono realizzati vari gradini in pietra e malta. I balconi sono realizzati in legno secondo tipologie differenti, tuttavia presentano sempre una graticciata, di solito posta al piano più alto, avente funzione di essiccazione per i prodotti agricoli e una serie di lunghi montanti che corrono su più piani con la funzione di dare solidità e resistenza all’intera balconata. Si distinguono tra di loro per il tipo di chiusura verso l’esterno che può essere con tavole disposte verticalmente a distanza di circa 15 centimetri l’una dall’altra o accostate in modo da formare il cosiddetto "balcone a tavolato" con ringhiera completamente chiusa. Durante la visita al comune di Ponte, sul versante orobico abbiamo notato la presenza di una struttura di collegamento tra due edifici passante sopra un vicolo del paese e costituente uno spazio coperto comune. Questo elemento, così come le balconate, i passaggi e i viottoli, fa pensare ad un forte senso di comunità e di apertura ai rapporti coi vicini. La struttura è realizzata in legno con lo stesso schema delle balconate. Le case si concentrano le une addossate alle altre formando spesso piccoli agglomerati che denotano da un lato ricerca di sicurezza e dall’altro disponibilità verso i rapporti sociali. Si tratta dei cosiddetti "paesi contrada", i cui nuclei sono ancora ben riconoscibili nonostante gli sviluppi più recenti. Gli edifici possono raggiungere i tre piani di altezza con i locali collegati da scale e balconi esterni in legno. I tre piani sono divisi funzionalmente secondo degli schemi abbastanza rigorosi: a piano terra troviamo locali ad uso agricolo o locali in cui sono collocati i telai utilizzati per la tessitura dei pezzotti; al primo piano si trovano i locali adibiti ad uso abitativo; al secondo piano, posto sotto al tetto, era spesso dedicata la funzione di essiccatoio per il foraggio e per le castagne. Sull’esterno delle abitazioni si trovavano a volte dei forni per la cottura del pane.

Nonostante la predominanza di un’edilizia di tipo rurale vi sono anche significativi esempi di edilizia signorile. Generalmente si tratta di grandi edifici a pianta rettangolare o quadrata che racchiudono uno spazio aperto interno. Tali edifici sono collocati nelle zone in cui vi era maggiore disponibilità di terreno coltivabile. La casa a corte era abitata da membri di una stessa famiglia che godeva di un tenore di vita molto elevato. Il materiale prevalente nella costruzione è la pietra. Questa veniva lasciata a vista nelle zone ad uso agricolo quali cantine e fienili mentre veniva intonacata negli spazi più propriamente abitativi. Le pietre utilizzate erano comunque di medio taglio con eccezione nelle parti angolari in cui venivano più spesso utilizzate di dimensioni maggiori. Le tipologie di copertura più utilizzate sono quella a doppia falda e a padiglione. La struttura portante è realizzata tramite l’utilizzo di strutture in legno e di grosse capriate. L’accesso alla casa avviene in genere tramite un ingresso molto ampio, incorniciato da portali di pietra, spesso ad arco e, a volte, impreziositi da fregi scolpiti. Generalmente sia le porte che le finestre hanno gli stipiti, l’architrave e il davanzale in pietra con delle semplici lavorazioni. Le porte sono sempre realizzate in legno e le finestre con delle grate esterne (solo se al piano terra), delle ante vetrate e degli scuri interni. Le scale interne al palazzo sono tutte in muratura rivestite in pietra. Si trovano raramente, solo per locali accessori come i solai, delle scale in legno. A differenza delle case rurali che costituiscono dei nuclei compatti di vita sociale, le case signorili si distaccano da queste quasi a sancire lo stato elitario dei suoi occupanti. Accedendo alla casa ci si trova in un ampio androne coperto che conduce alla corte. Questa rappresenta una specie di deposito degli attrezzi ed un luogo dove svolgere i lavori quotidiani. In tanti casi la corte è delimitata da un porticato. Sullo spazio aperto della corte si affacciano i piani superiori con loggiati le cui arcate sono spesso scandite da colonnine in pietra molto semplici. Sul retro della parte abitativa si trovava spesso un "broglio", giardino circondato da mura con la presenza al suo interno di alberi da frutto. All’interno di questi edifici si trovava a volte il locale della "stua", grande stanza foderata completamente di pannelli in legno, a volte molto decorati, in cui si trovava la stufa. Rappresentava uno dei locali più importanti della casa. Talvolta erano presenti grandi sale affrescate: gli affreschi più ricorrenti erano quelli a carattere religioso e quelli riportanti gli stemmi delle famiglie nobili valtellinesi. A piano terra e ai piani interrati si trovavano tinaie e cantine con soffitti con volta a botte.

Oltre a questa ricerca bibliografica, abbiamo effettuato un’analisi più propriamente territoriale tramite la consultazione del materiale raccolto in archivio comunale di Ponte. Gli elementi emersi ci sono parsi molto significativi.

Negli atti dell’Archivio Comunale di Ponte in Valtellina abbiamo trovato una relazione firmata dal "Sottispettore ai Boschi" e datata Marzo 1853. Il tema di questa relazione trova spunto dal fatto che il comune di Ponte giace ai piedi di un monte denominato di S.Bernardo (monte che prende il suo nome da una chiesa che sorge sulla sua sommità ). Si tratta di un monte piuttosto ripido, popolato di piante e di legno ceduo di rovere. Da più secoli tale bosco fu considerato "tenso", ossia intangibile per la sicurezza del paese di Ponte contro lo scorrimento di materia verificatesi in occasione delle forti piogge. Agli inizi del 1700 tale bosco apparteneva in parte al comune di Ponte e in parte era devoluto in feudo alla "Mensa Vescovile di Como". Successivamente tale bosco fu alienato e fin dalla metà del 1800 divenne di proprietà di diversi privati. Secondo gli Statuti locali la cessione venne accompagnata dal divieto assoluto di qualsiasi taglio di piante e di legna. Alcuni privati si attennero a tale prescrizione, altri invece intaccarono il bosco non solo nei suoi frutti ma anche riducendo i siti meno ripidi a prati e campi munendoli perfino di una trentina di case coloniche. Tali dissodamenti, uniti anche ai tagli eseguiti da qualche incauto proprietario, indebolirono notevolmente il bosco tant’è che già dalla meta del 1800 non serviva più allo scopo a cui era stato destinato in origine e, ad ogni forte pioggia, lasciava sfuggire terreno e sassi provocando l’ingombro di case e di strade molto pericoloso. Negli anni tra il 1852 e il 1853 la "Delegazione Provinciale" sottopose ad inquisizione ben undici proprietari. Allo scopo di ovviare a nuovi inconvenienti e per procurare al monte franoso di S.Bernardo maggiore consistenza la "Deputazione Comunale" propose di nominare una Commissione la quale si preoccupasse di definire una linea orizzontale sotto la quale poteva aver luogo la coltivazione della vite e dei cereali mentre al di sopra fosse adibita a bosco di castagni fruttiferi e nella zona più alta ancora a bosco resinoso. Il "Sottispettore ai Boschi", incaricato dalla "Delegazione Provinciale" di valutare tale questione, solleva alcuni problemi conseguenti il progetto sopra nominato. In primo luogo ritiene che non sia possibile obbligare i proprietari ad abbandonare delle casa erette già da un secolo o ridurre ad una determinata coltura prati e campi stabiliti da vari anni, qualora ci si trovasse in condizioni normali. A titolo però di pubblica utilità e di sicurezza il "Sottispettore ai Boschi" sostiene che la proprietà privata debba soggiacere a vincoli e perfino ad espropri. E’ sicuramente da escludere l’ipotesi di ristabilire i boschi ad opera dei privati. I privati infatti tendono ad ottenere dai propri possessi dei frutti annui, cosa non possibile dalla presenza di un bosco. Un altro problema consiste poi nella difficoltà e nella notevole spesa che si accompagnano alla messa a dimora di un bosco. Dopo aver valutato tutti questi aspetti il "Sottispettore ai Boschi", ritenendo che il bosco sia indispensabile per la sicurezza dell’abitato, trova come unico espediente quello per cui sia il Comune di Ponte ad acquistare tali zone riducendo la metà inferiore a bosco roverile ed il resto a bosco resinoso corrispondendo ai singoli proprietari delle indennità stabilite da due periti esperti.

I pascoli delle montagne del Comune di Ponte venivano divisi fra i vari frazionisti mediante criteri ben precisi. Un primo documento importante, risalente al 14 Settembre del 1614, stabiliva la divisione delle montagne mediante un'asta. Spesso però succedeva che i confini venivano oltrepassati creando così liti e risse fra i vari sezionisti. Vista l'importanza economica rappresentata dai pascoli, il comune in più sedi si è impegnato a dettarne le regole per gli affitti. Il 15 Ottobre di ogni anno, infatti, ciascun affittuario doveva pagare l'affitto all'Ispettore comunale. Fino al 1805 i pascoli venivano affidati mediante contratti annuali, attenendosi alle divisioni territoriali della sezione di appartenenza dettata dal documento del 1614.I regolamenti comunali non riguardavano solo le modalità di pagamento, ma chiarivano anche i diritti e i doveri di ciascun affittuario. Tra i doveri vi erano quegli accorgimenti che portavano migliorie al terreno, come ad esempio la concimazione e la ripulitura da sassi e il limite di "caricamento". Nel 1805 si è anche stabilito di portare il contratto da annuale a novennale in quanto quest’ultima forma era ritenuta più vantaggiosa per la produzione.

Grazie ad un documento rinvenuto nell'archivio comunale di Ponte è possibile sapere quali erano le montagne assegnate a ciascuna sezione e la corrispondente capacità di caricamento:

SEZIONE DI PONTE:

Saline e Campiascio capace di 50 vacche

Piano e Gardè capace di 40 vacche

Motti e Fiorinale capace di 30 vacche

Combolo e Piana capace di 30 vacche

Campo e Campondola capace di 40 vacche

Guado e Ron capace di 35 vacche

Malgina per il pascolo delle pecore

Massarescia, Guado e Ron per il pascolo di 35 pecore

 

SEZIONE DI SAZZO:

Armisola capace di 35 vacche

Piatada di sopra capace di 35 vacche

Piateda di sotto capace di 35 vacche

Gianon capace di 35 vacche

Campello capace di 35 vacche

Lagazzoli per il pascolo delle pecore

 

SEZIONE DI ARIGNA:

Pioda capace di 40 vacche

La Valle capace di 15 vacche

Foppa capace di 35 vacche

Druet capace di 20 vacche

Pesciola capace di 35 vacche

Campelli capace di 20 vacche

 

L’Amministrazione Comunale negli anni 1888 e 1889, in esecuzione della Delibera Consigliare 18 Settembre 1887 n°25, ha fatto costruire i ricoveri sulle montagne situate a destra dell’Adda. Questi ricoveri sono di grande beneficio per il bestiame. L’amministrazione ha inoltre disposto che dovrà essere adottato il sistema della concimazione e dovranno essere eseguite tutte quelle opere necessarie per il miglioramento dei pascoli. Dietro raccomandazione anche dell’Ispettorato Forestale, la Giunta ha formulato quanto segue:

ARTICOLO I:

Le montagne del Comune situato a destra dell’Adda sono:

Ron capace di 70 bovine

Campodola capace di 40 bovine

Campiascio capace di 40 bovine

Gardè capace di 40 bovine

Motti capace di 30 bovine

Combolo e Piano capace di 30 bovine

ARTICOLO II:

Per le quattro montagne principali denominate Ron, Campondola, Campiascio e Gardè il caricamento, da parte dei proprietari di bestiame di Ponte, si farà incominciando dal 1890 mediante sorteggio novennale.

ARTICOLO III:

Il sorteggio viene fatto singolarmente per ogni montagna, tenendo anche conto delle esigenze di comodità di quei proprietari che desiderano stare uniti sulla stessa Alpe. Il Consiglio potrà anche accordare di formare tanti gruppi da cinque a tredici bovine, comunque in modo da non oltrepassare la capacità di ogni Alpe, già fissata.

ARTICOLO IV:

Quando nel sorteggio dei gruppi risultasse un numero di bovine esuberante la capacita della montagna l’ultimo gruppo sorteggiato sarà frazionato: il numero eccedente accorrerà nel sorteggio di un’altra montagna, a meno che il gruppo stesso preferisca rinunciare a stare nell’Alpe in cui venne sorteggiato inizialmente. Nei riguardi speciali di questo gruppo la sorte deciderà quali delle bovine debbano assegnarsi all’Alpe di cui venne eseguito il sorteggio, fino a coprirne la capacità. Sarà pero tollerata, come in passato, l’eccedenza di una bovina in più della capacita della montagna onde non obbligare il proprietario o il gruppo ultimo sorteggiato a dividere il bestiame su due Alpi.

ARTICOLO V:

Eseguito il sorteggio di dette quattro montagne, in ogni Alpe si dovrà nominare un rappresentante, il quale dovrà ricevere dalla Giunta Municipale la consegna dell’Alpe e un ricovero. Il rappresentante sarà inoltre responsabile degli impegni dipendenti dal presente regolamento.

ARTICOLO VI:

Sono a carico degli alpeggianti le manutenzioni ordinarie dei ricoveri, sotto la direzione e responsabilità del rappresentante. Sono a carico comunale le sole spese di straordinaria manutenzione. Il pagamento della tassa d’alpeggio sarà a carico di ogni singolo alpeggiante: sarà data in riscossa all’Esattore Comunale.

ARTICOLO VII:

I suddetti rappresentanti saranno obbligati prima del "discarico" delle Alpi a chiamare, rispettivamente in proporzione alle bovine possedute, tutti gli alpeggianti delle proprie montagne per far trasportare e spandere, nelle località più opportune e nella maggiore estensione possibile tutto il concime prodotto durante il periodo della stagione.

ARTICOLO VII Bis:

Oltre allo spandimento dei concimi, come a precedente articolo VII, è fatto obbligo agli alpeggianti di ripulire una parte del pascolo e i cespugli, riempire le buche, spianare il suolo in modo da aumentarne la fertilità nei modi e luoghi che saranno volta per volta determinati dal delegato della Giunta.

ARTICOLO VIII:

Qualunque sia l’alpeggiante che non si presterà alle opere di cui nei precedenti articoli, o a quelle altre aventi scopo di miglioramento esso sarà punito per la prima volta con una multa di £ 2.50 per ogni giornata da esso dovuta. Alla seconda trasgressione sarà punito con eguale multa, oltre alla perdita del diritto d’alpeggio. In quelle alpi, o località di esse, che la Giunta per mezzo del suo delegato, riterrà utile la stabulazione girovaga allo scopo di bonificare il pascolo, gli alpeggianti dovranno attuarla, senza diritto ad opposizioni o reclami.

ARTICOLO IX:

Nel periodo del novennio, se le migliorate condizioni dei pascoli lo permettono, si potrà concedere un correlativo aumento del bestiame; gli alpeggianti dovranno pagare eguale tassa per ogni capo in più. La tassa è da versarsi nelle mani del rispettivo rappresentante, contro regolare ricevuta, il quale dovrà erogarne l’importo in opere di miglioramenti ai pascoli o in altre opere utili, e ciò ai sensi di quanto di volta in volta deciderà la Giunta Municipale o la persona che sarà da essa a tal scopo delegata.

ARTICOLO X:

Ogni anno, dopo la discesa degli alpeggianti dalle Alpi, la Giunta Municipale manderà un delegato di sua fiducia per verificare se sono state eseguite la concimazione e tutte quelle opere che fossero state ordinate; in difetto provvederà il Comune a tutte le spese degli alpeggianti delle rispettive montagne, in via solidale fra gli stessi.

ARTICOLO XI:

Il sorteggio delle suddette quattro montagne, nel primo anno, dovrà essere eseguito non più tardi del mese di febbraio, affinché l’Amministrazione Comunale possa provvedere in tempo utile all’affitto delle Alpi che restassero vacanti per mancanza di bestiame, o prendere quegli altri provvedimenti nell’interesse del Comune.

ARTICOLO XII:

Gli effetti del sorteggio, coi conseguenti obblighi (compreso quello del pagamento delle tasse nella cifra primitiva in via solidale fra i sorteggiati), si intende duraturo e continuativo per tutto il novennio. Qualora succedesse che, dopo il primo anno, a qualcuno dei sorteggiati venisse a mancare parte del bestiame, potrà egli provvedervi, di anno in anno, mediante bestiame di altrui ragione. Ciò dovrà essere notificato in iscritto alla Giunta Municipale, al più tardi entro il mese di febbraio, la quale pubblicherà analogo avviso; a completare i posti resisi vacanti si darà la preferenza al bestiame posseduto in paese. Fra i concorrenti del paese, avranno alla la precedenza quelli che già si trovano sorteggiati sulla montagna a riguardo della quale il caso si era verificato. Solo in difetto di bestiame del paese, potrà il sorteggiato supplire alla deficienza del suo bestiame con altro fuori del paese.

ARTICOLO XIII:

Fermo restando il sorteggio novennale, di cui ai precedenti articoli, la Giunta Municipale potrà disporre che il pastore delle pecore abbia, anche dopo la discesa finale, (ma mai prima del tre Settembre di ogni anno), la possibilità di caricare per turni le montagne

ARTICOLO XIV:

Sarà in facoltà della Giunta Municipale di far sorvegliare da un suo delegato le suddette montagne onde verificare se viene eseguito quanto é prescritto dal presente regolamento, dare le necessarie ordinazioni, constatare le eventuali contravvenzioni e prendere quei provvedimenti che fossero del caso secondo le istruzioni che dalla stessa Giunta Municipale venissero impartite. Allo scadere del novennio verrà eseguita regolare riconsegna e gli alpeggianti saranno solidalmente tenuti a rispondere delle eventuali deteriorazioni e trasgressioni agli obblighi del presente regolamento.

ARTICOLO XV:

Tutte le opere e manufatti resteranno ad esclusivo beneficio del Comune, senza diritto a qualsiasi compenso.

ARTICOLO XVI:

Allo scadere del novennio, dopo la riconsegna, la Giunta Municipale a mezzo di uno o più suoi delegati verificherà a quale delle suddette montagne siano stati apportati i maggiori miglioramenti; ai relativi alpeggianti, a titolo di incoraggiamento, verrà assegnato un premio di £ 100 sempreché tali miglioramenti abbiano una notevole importanza.

ARTICOLO XVII:

I miglioramenti saranno valutati prendendo per base la condizione speciale delle singole montagne e le inerenti difficoltà. La Giunta Municipale si riserva di dividere il suddetto premio in due sussidi a seconda dei casi.

ARTICOLO XVIII:

Per qualunque contestazione che potesse insorgere fra il Comune e gli alpeggianti, sia per interpretazione delle clausole del presente contratto, sia per la sua esecuzione, sia per la consegna o riconsegna, ed in genere per qualsiasi controversia in dipendenza di quanto sopra, le parti si obbligano a risolvere la questione mediante il giudizio di tre arbitri da nominarsi: uno dal Comune, uno dal rappresentante degli alpeggianti ed il terzo dal Pretore del Mandamento di Ponte. Gli arbitri così nominati decideranno in forma amichevole, senza formalità di procedura ed in via inappellabile.

ARTICOLO XIX:

Ai contravventori delle prescrizioni portate dal presente regolamento saranno applicabili le disposizioni contenute nel capo terzo della Legge Comunale e Provinciale.

ARTICOLO XX:

Copia del presente regolamento sarà data a ciascun rappresentante dei sorteggiati.

 

L’analisi di documenti di questo tipo, ci ha permesso di comprendere a fondo l’importanza vitale delle risorse naturali, del territorio e del suo sfruttamento. La localizzazione non è mai frutto del caso: la gente decide di stabilirsi dove esistono possibilità di vita. Nell’alto medioevo, quando i documenti d’archivio per la prima volta ci parlano del paese, i condizionamenti essenziali erano le sorgenti di acqua perenne, la disponibilità di pascoli e di campi da coltivare per liberarsi dalla ossessione alimentare di fronte alla scarsa fertilità della terra e all’incubo delle calamità naturali: carestie, gelate, siccità, frane e inondazioni. C’erano poi i pericoli esterni: non solo scorrerie o incursioni di soldati, ma anche di abitanti di zone vicine a seguito di controversie di confine per il controllo del territorio agricolo e per il suo sfruttamento. Le possibilità di comunicazioni agevoli con i territori esterni contavano assai meno e in ogni caso riguardavano i centri destinati a giocare un ruolo politico o commerciale. Il luogo dove Ponte nasceva soddisfaceva ai requisiti di base, agricoli, di sicurezza, di provvista del cibo. E’ legittimo pensare che le prime case siano sorte a ridosso della montagna e dove le pendenze offrivano condizioni favorevoli. I pascoli buoni e poi i campi coltivati stavano sotto, in Campeda, in Rombello, forse a Boida, nelle zone dove non giungevano le acque minacciose del Ron in piena. Il luogo era abbastanza vicino alle aree pascolive e boscose della val Fontana e delle montagne sovrastanti il paese, ancora oggi essenziali per la zootecnia. Era possibile abbeverare il bestiame a uno dei rami del Ron o addirittura alle rogge provenienti dalla val Fontana, nei periodi in cui le sorgenti restavano asciutte per la prolungata siccità. Contemporaneamente il luogo era al riparo dalle periodiche inondazioni dei corsi d’acqua: fra questi in particolare il torrente Ron che stava terminando la formazione del conoide di deiezione, su cui verranno ricavate le nuove terre da coltivare che da allora in poi saranno la base economica del paese. Limitati erano certamente i pericoli di frane, anche se i problemi cominciarono quando ci si spinse verso l’alto con i dissodamenti alla ricerca disperata di un impossibile equilibrio tra la crescente pressione demografica e le basse rese delle terre originariamente coltivate, per altro di scarsa disponibilità. Il villaggio da cui nascerà il borgo rurale di Ponte nasce con i dissodamenti del conoide del Ron. Ce lo dice la stessa struttura urbanistica di villaggio-strada o, se si vuole di villaggio a lisca di pesce, un po’ squilibrato verso la montagna par ragioni spiegabili con l’accavallamento di case aggiuntive densamente abitate e con le strade che si irradiano verso la campagna circostante. Si può anche tentarne la ricostruzione analizzando il procedere dei dissodamenti, leggendo il paesaggio agrario che non sempre ha cancellato quello originario. Fu prima necessario trovare un letto stabile per il Ron: gli avvallamenti nella campagna, le valene, segnalano l’esistenza di antichi letti di piena, dove le acque sfogano il loro impeto durante i temporali. L’incubo delle inondazioni accompagnerà la vita del paese fino a ieri, come quello dei franamenti della Bottigiana e del Fregè, che conseguono però agli esasperati dissodamenti dell’età moderna. Le prime case vennero certamente costruite al riparo dai pericoli delle acque vaganti del Ron. Quando la minaccia di inondazioni e di frane diminuisce l’abitato si espande verso il basso; contemporaneamente nasce anche il grande vigneto di Ponte, si scavano le cantine, si approntano i torchi, si pongono cioè le premesse per la vita di una popolazione numerosa, non più legata solamente alla pastorizia; si stabilisce un collegamento con la strada di valle percorribile con carri, trainati da buoi, che trasportano il vino sui mercati della provincia. Queste vicende si possono collocare fra l’XI e il XIV secolo. L’assetto urbanistico del borgo è disegnato definitivamente nel corso del XV secolo e insieme anche il suo ruolo economico. La famiglia Quadrio è la protagonista di questo periodo fondamentale della vita del paese che sta uscendo dall’epoca feudale. Non è immaginabile che un’opera immane come quella del dissodamento del conoide del Ron e delle prime propaggini della montagna avvenga solo con lavoro servile. I dissodamenti comportano fatiche, investimenti, redditi rinviati negli anni. Essi necessariamente si accompagnano con forme di accessione graduale alla proprietà della terra sulla base di contratti che garantiscano, in varia misura, il proprietario concedente e il colono che effettua le migliorie. Ma il lavoratore che esce dalla condizione servile e comincia ad essere in qualche modo protagonista della propria vita sicuramente chiederà ed otterrà di regolamentare i diritti di pascolo sui terreni coltivati, esigenza per altro comune a tutti, in funzione del soddisfacimento delle necessità alimentari di una popolazione crescente. La conquista dello spazio rurale, in altre parole, fa nascere e svilupparsi il borgo di Ponte secondo un modello che sostanzialmente è rimasto invariato nei secoli. La comunità di villaggio, poi assorbita dal comune rurale, deve necessariamente darsi i suoi statuti, le sue regole con diritti e doveri reciproci, privilegi. Non a caso in quest’epoca si verifica la separazione dalla pieve di Tresivio, a cui seguirà la nascita della parrocchia; non a caso si impone la regolamentazione dei diritti di pascolo su beni condivisi in uso con le comunità di Chiuro, di Tresivio e di Piateda; non a caso la comunità si dà gli estimi: la società feudale è ormai dietro le spalle, è nato il comune, una nuova società che cerca di convivere con i nobili, in un rapporto di subordinazione dove questi ultimi talvolta proteggono e più spesso opprimono. Si è detto che Ponte nasce con i dissodamenti della Fiorenza, da cui si ricavano i vigneti, ma anche i sassi per costruire i muri delle case, muri dallo spessore variabile a seconda della qualità dei materiali impiegati, con una nettissima differenza, fra case contadine e case signorili, costituita dalla presenza o meno di pietre lavorate e di legname. I terreni attorno al paese sono oggi quasi completamente privi di sassi e sono più ricchi di terra fertile per gli stessi motivi, oltre che, per la relativa facilità con cui poterono essere concimati con letame, per secoli, superando le difficoltà di trasporto. Ma il paese si consolida e prospera in funzione dello sviluppo del vigneto: si tratta di una coltura specializzata che richiede capitali e lavoro in grande quantità. La Ponte monumentale, costituita dai palazzi e dalle chiese, è il segno visibile della ricchezza portata dal vino. Solo quando la comunità verrà inglobata in via definitiva in una economia di mercato più ampia, con la rivoluzione francese appunto, cominceranno i grandi e rapidi cambiamenti, e inizierà la decadenza. La strada di valle prima (1816) e la ferrovia poi (1902) introducono nella Valtellina linee di forza nello sviluppo economico che creano gravi scompensi rispetto alla situazione precedente. Seguirà la grave crisi della viticoltura, causata da malattie parassitarie, con effetti rovinosi. La manutenzione di vecchi palazzi diventa difficile per i proprietari, insieme alla stessa conservazione del vigneto. Sembra venir meno la convinzione secolare sulla stabilità della società contadina e sulla sua capacità di recupero. Forte è in questo periodo l’emigrazione. La società contadina dimostra però capacità di cambiamento e di recupero; sa ritrovare le linee del suo sviluppo, ripartendo dal suo territorio, dal miglioramento delle sue infrastrutture, dalle bonifiche e dalle trasformazioni colturali. Da capitale della viticoltura valligiana Ponte è diventata capitale della frutticoltura, con una disponibilità al cambiamento che ha prodotto profonde e positive trasformazioni della sua economia. Ciò che resta immutato è il tessuto connettivo del paese, che riceve incoraggiamenti da un economia che regge ma che resta nel solco della sua tradizione secolare.


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