Il paesaggio di Tirano

foto di Dario Benetti, testo di Pierpaolo Ruttico, Elisa Paggi, Giuseppe Crocco, Veronica Gestra, Monica Spreafico, Lorenzo Giuriani, Danilo Borroni

La chiesa parrocchiale di S.Martino a Tirano (Foto D.Benetti ©)

 Un Portale medioevale nel borgo di Tirano (Foto D. Benetti ©)

La frazione Roncaiola (Foto D. Benetti ©)

Tirano: una comunità e il suo territorio

La presenza del Politecnico di Milano a Lecco, in particolare con la Facoltà di Ingegneria e Architettura, ha aperto, da alcuni anni, un rapporto nuovo tra l’università e il territorio nella nostra provincia. La ricchezza delle fonti sulla storia del nostro paesaggio e i molti monumenti che si succedono sui versanti delle valli, sono ora oggetto di un interesse più marcato per molti corsi di studio e non solo per qualche isolata tesi  di laurea, come avveniva fino a poco tempo fa. La relativa vicinanza di Lecco rende possibile sopralluoghi e indagini negli archivi e apre ad sempre più proficuo rapporto di collaborazione con le comunità locali. Durante l’anno accademico 2001-2002 il corso di storia della città e del territorio si è in particolare indirizzato sul territorio del comune di Tirano, con una approfondita indagine che si è protratta pe rutto il primo semestre. Agli studenti, molti dei quali hanno avuto così modo di conoscere per la prima volta la Valtellina, abbiamo chiesto di sintetizzare questa esperienza, cercando di illustrare il metodo e i principali contenuti della loro ricerca.

 

Introduzione

di Pierpaolo Ruttico

Negli ultimi anni lo sviluppo delle tecnologie ha portato ad affrettare le mutazioni dell’ambiente, le montagne si sono spopolate progressivamente e le attività umane si sono concentrate lungo gli assi viari ove più intenso è il flusso tra le metropoli della pianura e i centri turistici invernali. Con il passare del tempo perdiamo la cultura del luogo nel quale viviamo e la realtà ambientale ci appare come una somma casuale di oggetti del passato, spesso privi di senso. Il territorio, invece, andrebbe concepito come continuum di beni culturali e non come un semplice contenitore di essi. Il patrimonio ereditato è una risorsa, in quanto sintesi di attività antropiche, connotate da forze produttive e intellettuali; è dunque una testimonianza della condizione umana nel tempo sotto tutti i punti di vista: economico-produttivo, politico, demografico, sociologico, urbanistico-architettonico. Il bene culturale, come ha scritto un importante studioso, è “riproduttore di cultura, per tutti”. L’obbiettivo della nostra ricerca è stato dimostrare che il territorio antropizzato, segnato ciè dalla presenza continua e costante dell’attività umana, può essere riletto attraverso i segni lasciati nel paesaggio, espressione delle vicende storiche che in esso sono state vissute. L’analisi è stata condotta sul territorio del comune di Tirano, centro ricco di storia pe rla sua posizione strategica, crocevia di scambi commerciali e meta di pellegrinaggi. E’ stata esaminata, in particolare, grazie alle fonti disponibili, la situazione ottocentesca, e confrontata con la situazione odierna.

Dopo una prima ricerca bibliografica, abbiamo utilizzato i dati del catasto cosiddetto “Lombardo Veneto” . Le mappe, disponibili su CD-Rom grazie ad una archiviazione informatizzata realizzata a cura dell’Amministrazione Comunale, sono state elaborate con sistemi CAD. A ogni singolo lotto corrispondono informazioni che abbiamo raccolto in una tabella: proprietario, estensione del lotto, destinazione d’uso del suolo e rendita catastale. Grazie all’uso dei programmi G.I.S. (Geographic information system) è stato possibile associare le tabelle alle mappe, elaborando graficamente i  dati raccolti in vere e proprie carte agrarie e carte delle proprietà. Gli studenti del corso si sono suddivisi in vari gruppi che hanno esaminato diverse parti del territorio di Tirano: dal borgo vero e proprio fino alle contrade agricole di Baruffino, Ronaciola, Piazzo e al versante orobico.

Il borgo murato di Tirano

di Elisa Paggi

Il  borgo di Tirano costituisce il fulcro  storico della città: in esso ogni strada, ogni palazzo, ogni affresco sembra che voglia raccontare le vicende di cui è stato silenzioso spettatore, dalla dominazione grigiona, all’apparizione della Madonna, all’arrivo degli austriaci, fino ai giorni nostri. Già la sua posizione, in rapporto all’attuale sviluppo edilizio, emana storicità. Esso infatti sorge sulla riva sinistra dell’Adda, il cui corso è stato modificato dagli Austriaci, e, fin dai tempi antichi era  delimitato da mura, le quali garantivano  sicurezza e protezione agli abitanti locali nei confronti di invasioni nemiche. L’accesso avveniva tramite tre porte collocate lungo le direzioni degli assi viari principali.

“…, la vecchia Tirano era tutta dentro le mura e la popolazione vi dimorava quasi asserragliata. A sera, le grandi porte venivano chiuse e la città rimaneva al sicuro dagli assalti di sorpresa e dalle frequenti scorrerie nemiche." 

Il borgo ha un carattere prevalentemente residenziale, esso infatti presenta il maggior numero di abitazioni, edifici di interesse comunitario e la zona commerciale. Tuttavia il borgo è strettamente connesso alle attività rurali che si svolgono al di fuori delle mura. Si nota una prevalenza assoluta delle zone agricole e naturali : negli immediati pressi   si ritrovano edifici sparsi, per lo più case coloniche di proprietà dei grandi possidenti delle zone agricole, quasi tutte con le relative corti e orti, case con fenile annesso o semplici stalle e fienili. La maggioranza dei lotti nella fascia più prossima al borgo vanno a contenere vigne, aratori e zappativi, zone quindi adibite ad uso agricolo legato all’utilizzo dei prodotti del suolo come risorsa alimentare. Man mano che ci si allontana le stalle e i fienili lasciano il posto agli aratori, ai castagneti e ai boschi (cedui resinosi e dolci). I restanti appezzamenti sono occupati da pascoli, zerbi e una grande varietà di prati, spazi liberi   fondamentali  per garantire lo sviluppo   delle attività legate all’allevamento del bestiame. Un discorso particolare va fatto per la zona limitrofa al fiume: mentre all’interno delle mura  quest’area è completamente edificata, all’esterno di esse la riva dell’Adda non è bonificata ma è costituita esclusivamente da ghiaia nuda. Il lavoro di ricerca sulla parte esterna al borgo ha permesso di evidenziare così le diverse funzioni del territorio circostante in relazione ai quartieri del borgo e le caratteristiche morfologiche ed insediative della zona a noi competente in quanto per capire al meglio il funzionamento di quest’area è necessario relazionarsi anche a tutto il circondario. Scorrendo la lista dei proprietari di questi lotti ci si rende conto che i nomi sono molto ricorrenti. Infatti ogni casata era possidente di un discreto numero di terreni in maniera pressoché proporzionale al reddito e alle disponibilità economiche.

I cognomi più frequenti sono: Ambrosini, Bellesini, Bombardieri, Bona, Bonazzi, Cabassi, De Campo, Della Vedova, Divitini, Dormia, Gandini, Luis, Maganetti, Mazza, Merizzi, Nazzari, Omodei, Parravicini, Pensini, Pino, Ricetti, Tenno, Tognolini e Zucchetti.

Ritroviamo alcuni di questi nomi anche tra i maggiori proprietari all’interno del borgo, ma questa non è una corrispondenza forzata. Bisogna sottolineare il fatto che più della  metà dei lotti complessivamente analizzati ( 1345 su 2731) non sono utilizzati dal proprietario ma sono concessi a livelli ad altre casate. Queste ultime sono livellarie per lo più a nobili o a grandi proprietari, ad esempio citiamo i nobili Giucciardi, Merizzi, Piazzi, Omodei, Quadrio, Salis e Venosta Visconti, ma anche a proprietari con importanza religiosa, ad esempio troviamo molti livellari a diverse Prebande Parrocchiali, a benefici ecclesiastici, a Fabbricerie e all’Ospitale dei poveri in Tirano.I livellari di maggior rilievo sono senza dubbio il conte Rodolfo Salis e la casata Venosta Visconti, i quali non presentano un gran numero di possedimenti da loro sfruttati in prima persona ma rappresentano una forte maggioranza per quello che riguarda la proprietà di appezzamenti terreni di ogni genere e destinazione d’uso concessi in uso a terzi. Altro discorso molto interessante è quello che riguarda i rapporti tra le casate ed i relativi possedimenti. Mentre alcune casate risultano occupanti di un esiguo numero di lotti, altre ne popolano un vasto numero. Non sempre però ad un elevato numero di lotti occupati corrisponde un estensione areale altrettanto alta.

Questo avviene perché alcuni lotti presentano dimensioni molto importanti dipendentemente dalla loro destinazione d’uso. Infatti le casate che si occupano di particolari lavori come l’allevamento o l’agricoltura hanno un estensione di territorio maggiore. Il borgo era diviso in quartieri e quelli  più significativi  avevano anche uno scopo funzionale in quanto raccoglievano le varie mansioni della comunità: dalle botteghe agli edifici scolastici e religiosi; importante anche la presenza della piazza, quale centro di scambio  fulcro sociale e commerciale del borgo. La zona più significativa è forse il quartiere limitrofo a piazza Cavour. In questa zona della città sono concentrate tutte le botteghe, appartenenti a diversi proprietari, il che fa pensare che questo sia il quartiere commerciale della città. Esso si sviluppa attorno alla piazza Cavour, la quale rappresenta il centro di scambio in cui confluisce tutta la gente, rendendola così importante sia dal punto di vista sociale che da quello commerciale. Le strade che circondano quest’area confluiscono tutte nella Piazza, congiungendosi poi con gli assi viari principali dell’intero borgo, ovvero quelli che conducono alle Porte che indirizzavano al di fuori delle mura.Testimonianza ulteriore dell’importanza di questo luogo per il ritrovo della comunità  è la presenza del fabbricato dell’Istituto Religioso S. Perpetua e della casa ad uso comunale e delle scuole elementari. E’ importante notare come anche in questo borgo tutte le funzioni principali sono raggruppate, così come le case si trovano aggregate all’interno di aree ben definite attorno alle quali si sviluppano le aree agricole. Il borgo di Tirano fino al 1840 circa, si era mantenuto, per lo più all’interno delle mura sforzesche con novecento casate, formando un nucleo di cinquemila abitanti. E’ in questi anni, con l’arrivo della strada regia austriaca, che abbiamo una lenta espansione lungo l’asse che collegava con il santuario. Dall’analisi di alcune mappe ottocentesche si può notare come la morfologia del tessuto abitativo sia determinata , in modo rilevante dalla disposizione delle mura.  Il borgo è  attraversato da due assi viari principali, con direzione pressoché nord-sud e est-ovest. Questi assi viari   si identificavano con le seguenti vie: da Porta Poschiavina, dirigendosi verso sud, proseguiamo lungo Via Bellotti, un tratto di Via Porta Milanese, scendendo per Via Santa Maria, per giungere a Porta S. Maria; invece da Porta Bormina proseguiamo lungo Via Visconti Venosta, continuando per Via Torelli e Via Porta Milanese fino a giungere all’omonima Porta.

Da questi assi principali si dipartono delle vie minori che vanno a delineare i vari quartieri: Capo di Terra, Curti, Campanile, Piazza, S. Martino, Bellotti, Vico, Bonazzi e S. Maria. Uno dei punti focali interni al borgo è la chiesa di S. Martino, alla quale confluiscono le vie che portano alle porte. Andando , invece, a osservare la mappa odierna notiamo subito un consistente sviluppo dell’insediamento a nord oltre il fiume Adda con la nascita di una nuova zona residenziale, probabilmente dovuto al grande sviluppo economico di Tirano durante gli ultimi anni del 1800 e i primi del 1900.  Nella zona   analizzata abbiamo infatti notato che resta ben poco degli antichi insediamenti, soprattutto quelli legati alle attività rurali (stalle, fienili, ecc.)., i quali sono stati riadattati o addirittura ricostruiti mutandone completamente la destinazione d’uso. Onde evitare che col passare del tempo la progressiva industrializzazione ed il continuo bisogno di dare spazio a nuovi insediamenti abitativi abbia il sopravvento sull’aspetto naturale di quest’area è necessario operare un continuo monitoraggio ponendo dei limiti in modo da mantenere un equilibrio territoriale.  Lo sviluppo di un borgo come quello di Tirano potrebbe concentrarsi su un recupero dei valori legati all’agricoltura dato che il territorio è morfologicamente molto propenso ad attività simili. Abbiamo però notato come le cose siano cambiate nel tempo: mentre una volta l’agricoltura e l’allevamento erano le attività principali, nell’età contemporanea, con il progressivo sviluppo industriale, esse sono relegate ad un ruolo secondario, come attività di tempo libero o comunque di importanza minore. Bisognerebbe potenziare l’utilizzo del suolo nel settore terziario; per permettere ciò è necessario ampliare l’asse viario provinciale in modo da incrementare gli scambi senza però intaccare l’assetto originario del borgo. Per quel che riguarda lo sviluppo edilizio sarebbe interessante cercare di non intaccare ulteriormente il terreno rimasto libero ma concentrarsi sulle zone già edificate progettando piuttosto uno sviluppo in altezza, anche se questo crea comunque un cambiamento negativo dell’impatto visivo e del paesaggio.

 

Un versante agricolo: Baruffini

di Giuseppe Crocco

Percorrendo la Valtellina provenendo da Bormio in direzione Sondrio è impossibile non notare che nei pressi di Tirano sul versante retico del solco vallivo (quello più a Nord, per intenderci) sorge un villaggio che nel suo equilibrio perfetto con la montagna si adagia su un leggero pianoro a mezza costa; esso è Baruffini. Colpisce in particolare modo il rapporto che l’abitato ha con il versante: pur essendo un’area fortemente antropizzata per via dello sfruttamento agricolo, la sapiente arte dei mastri valtellinesi ha saputo collocare sul territorio una rilevante opera di terrazzamenti la cui presenza non risulta affatto intrusiva nel paesaggio ma ne fornisce la corretta chiave di lettura. Attorno al villaggio la pendenza della montagna è notevole e ciò ha da sempre condizionato tutti i fenomeni legati alla vita rurale e quindi sociale degli abitanti. La forma dell’abitato, lo sfruttamento del terreno per fasce omogenee e la distribuzione delle proprietà tra le varie famiglie, sono tutti fenomeni legati appunto all’orografia ed alla morfologia del sito in questione. Un ottimo soleggiamento, un terreno particolarmente fertile e adatto alla coltivazione della vite (famoso era il vino dell’area!), il riparo naturale offerto dai crinali ed in tempi antichi la sicurezza dettata dalla scrutabilità della vallata intera, sono fattori che indubbiamente hanno determinato la nascita del villaggio in un luogo che, a ben vedere, non poteva che offrire delle prospettive di sviluppo limitate. L’edificato nasce quindi costellato di frazioni che non sono da considerarsi avulse le une dalle altre, ma espressione di un medesimo fenomeno: l’espansione di Baruffini stesso. Il villaggio originario, nato probabilmente come aggregazione spontanea già in epoca pre-medievale, sorse vicino alla attuale chiesa che sorge a testimonianza del ruolo baricentrico di Baruffini rispetto alle frazioni. La formazione di nuovi nuclei familiari ha determinato l’esigenza di dissodare nuove terre da destinare all’agricoltura che venivano a trovarsi a distanze crescenti; si è resa necessaria la nascita di nuovi edificati esterni che fossero più vicini ai fondi da coltivare; inoltre per fornire nuovi spazi alle edificazioni, esse sono state realizzate al di fuori della sfera dei terreni già coltivati che circondavano il villaggio in maniera tale da non diminuirne l’estensione. Ecco quindi spiegato come mai il villaggio nasca con una struttura costituita da due schiere contrapposte di edifici che si sviluppano lungo l’asse viario principale orientato come le curve di livello, per lasciare dal retro dei fabbricati un’uscita diretta sui campi. All’interno del villaggio c’è una certa omogeneità di tipologie edilizie che risultano particolarmente suggestive sia per l’uso prevalente della pietra per le facciate dalle quali si staccano eleganti ballatoi lignei, sia per l’aspetto vissuto delle cortine murarie che danno sulla strada determinato dai segni del fumo dei focolari; caratteristica è la presenza di una botola (us-céra) che mette in comunicazione la cucina con l’interrato; la cantina (l'involt) utilizzata per la conservazione del vino e dei prodotti dell'allevamento. La cucina è il vero centro della casa con il fugulàa; i piani superiori ospitano le camere dalle quali si può accedere al ballatoio (lobgia), in fondo al quale è collocato lo stüett, una particolarità della casa di Baruffini, un locale per la conservazione del pane di segale. Sempre determinato dal versante è lo sfruttamento del suolo, quello che con una nota di esterofilia oggi viene chiamato land-use; dovendo rapportarsi con quote notevolmente differenti (dai 350 m s.l.m. del fiume sino agli oltre 1800 degli alpeggi), le colture impiantate sono a dire il vero imposte da madre natura più che frutto dell’estro degli agricoltori; ne consegue un modello omogeneo e del tutto particolare che evidenzia delle fasce altimetricamente confrontabili caratterizzate da analogie di colture. Se idealmente immaginiamo di percorrere la strada che conduce a Baruffini, questa suddivisione può essere colta anche da tutti coloro che pur non essendo del mestiere hanno un po’ di spirito di osservazione. Partendo dal fiume Adda si vede immediatamente una fascia più o meno ampia (circa 50 m di estensione) caratterizzata da fondi ghiaiosi ed incolti; essa è indubbiamente testimonianza del timore e del rispetto che i Valtellinesi nutrono nei confronti dell’Adda. Salendo leggermente di quota tra i 500 ed i 750 m si palesa il sistema a vigneti caratterizzato da una serie di terrazzamenti i cui muri a secco testimoniano tutt’oggi la cura e l’amore degli abitanti di Baruffini nei confronti della loro terra. L’interfilare dei vitigni non è quasi mai incolto ma è destinato alla coltura di cereali e ortaggi. Terminata l’area dei terrazzamenti appare il leggero pianoro sul quale è posto il villaggio il cui perimetro risulta lambito sia dai campi coltivati a segale, ortaggi e patate sia dai castagneti che, posizionati alle spalle del villaggio sembrano volerne costituire una quinta scenica naturale. La funzione dei castagneti, pur essendo oggi molto rilevante, in passato aveva un’importanza vitale nella società contadina. Prima della introduzione della coltivazione della patata, che ha costituito una notevole riserva alimentare, la precarietà delle colture cerealicole, troppo legate alla volubilità delle condizioni meteorologiche, imponeva che si affiancasse ad esse una coltura più stabile ma ugualmente nutriente; ciò era appunto rappresentato dalla castagna che si poteva conservare secca o addirittura in forma di farina. Salendo ulteriormente si raggiunge quota 950 e cominciamo i boschi, riserve di legname e serbatoio di prodotti spontanei come funghi ed i frutti del sottobosco. Di particolare rilevanza è il bosco posizionato proprio sopra l’abitato, questo è da sempre considerato tenso (protetto) poiché assicurava una protezione da fenomeni idrogeologici; l’azione delle radici funge infatti da freno ad eventuali frane, smottamenti o dilavamenti del versante. All’interno del sistema boschivo che si articola sino a quota 1800 ed oltre, si scorgono delle chiazze costituite dai prati e pascoli che rappresentano le tappe della monticazione del bestiame che assieme alla agricoltura rappresenta l’unica attività lavorativa presente nell’area. La deduzione di questo modello di sfruttamento del suolo che evidenzia quella che ho poi scoperto essere una costante tipologica del versante retico, è stata possibile grazie alla consultazione e rielaborazione del materiale catastale risalente alla seconda metà del XIX secolo; tale materiale ci ha fornito anche notevoli spunti di riflessione legati alla distribuzione delle proprietà terriere. Risulta evidente l’egemonia di tre ceppi familiari che detengono la proprietà della quasi totalità dei terreni; essi sono i Del Simone, i Della Vedova ed i Rinaldi. La proprietà comunale è ridotta solo alle aree boschive e ad alcuni pascoli; è quindi evidente che la proprietà privata ricade sulla quasi totalità dei fondi che peraltro risultano privi di ogni forma di livello. E’ però opportuno rammentare che i concetti di pubblico e privato vanno considerati nel contesto storico e geografico del 1850. La proprietà era da considerarsi alla stregua di un affido che la comunità concedeva temporaneamente ad un privato per la sussistenza della sua famiglia; da essa scaturivano quindi oltre che dei diritti anche una serie di obblighi che il beneficiario aveva nei confronti della comunità stessa. Questo concetto di proprietà in affidamento è ancor di più palese se ci si riferisce ai metodi di acquisizione delle terre; infatti alla fondazione del villaggio, tra le varie stirpi, veniva effettuato un sorteggio in maniera tale che ogni nucleo familiare (ovviamente di tipo allargato) avesse tra i suoi possedimenti una porzione di ciascuna tipologia; questa porzione ,poi, risultava essere distribuita in maniera frazionata sul territorio in modo tale che si compensassero le difficoltà di coltivazione, le estensioni degli appezzamenti e la fertilità dei suoli. E’ quindi da notare come la presenza di difficoltà intrinseche al luogo come la disponibilità ridotta del bene terra e la sua difficoltà di coltivazione determinata dalla asprezza del pendio abbiano determinato negli abitanti una sorta di spirito corporativo e solidaristico che aveva come principi ispiratori quello della equità nella ripartizione delle risorse e la tutela della sopravvivenza dei nuclei familiari.

Roncaiola e Piazzo: testimoni dei dissodamenti medioevali

di Veronica Gestra e Monica Spreafico

 

La zona a noi assegnata, posizionata sul versante retico, è caratterizzata dalla presenza di due sistemi insediativi di origine alto medioevale ora frazioni di Tirano: Roncaiola (da roncare = dissodare) e Piazzo (piazza, slargo all’interno del bosco). Il territorio si estende circa da 600 a 1050 m s.l.m., comprendendo in questo modo diverse destinazioni di coltura (ronco, zappativo, castagneto, boschivo, zerbo, ceppo nudo…). Due erano le stirpi prevalenti: i Bombardieri e i Tonta.

Dalla campitura dei vari possedimenti delle due famiglie, abbiamo notato che l’area di influenza dei Bombardieri si concentra prevalentemente in Roncaiola, a mezzacosta, mentre quella dei Tonta si concentra in Piazzo, posto nella parte alta del versante. Da ciò abbiamo dedotto che la prima famiglia possiede per lo più terreni a carattere zappativo, boschivo e destinati alla coltivazione della vite (ronco), mentre la seconda terreni a carattere boschivo (castagneto), zappativo e ronco. Osservando la disposizione delle proprietà sul territorio abbiamo dedotto che nell’area a zappativo “dominano” i Bombardieri e nell’area boschiva i Tonta, mentre nell’area destinata a ronco si nota una compresenza delle due famiglie a testimonianza dell’importanza che rivestiva la coltivazione della vite e la produzione del vino nell’economia della zona. Dalla disposizione dei due nuclei abitativi rispetto al ronco è facilmente ipotizzabile che i Bombardieri si siano insediati stabilmente prima dei Tonta, infatti le loro proprietà sono distribuite nell’area più redditizia (lo zappativo si presta a coltivazioni diverse e la sua resa è, dunque, superiore a quella del boschivo dove uniche risorse sono castagne e legna) e più vicina alla superficie più ambita: quella destinata alla vite.

Come mai l’insediamento di Piazzo si trovi immerso nei boschi e non nella zona a zappativo ove i Tonta avevano pure dei possedimenti? Piazzo potrebbe essere nato non come insediamento stabile, ma come gruppo di residenze temporanee sfruttate nel periodo di approvvigionamento di legname e raccolta di castagne (alimento di primaria importanza per la classe contadina dell’epoca, utilizzate anche per la produzione di farina che sostituiva quella cerealicola). Solo più tardi la popolazione è entrata in possesso di terreni zappativi poco lontano e da lì la necessità di risiedere stabilmente nelle vicinanze dei luoghi di lavoro. supponendo che lo stesso soprannome (scutüm) venisse attribuito a persone unite da stretti legami di parentela (per quanto riguarda i Bombardieri abbiamo rilevato la presenza di tre sottogruppi, Piton, Tavan e Ulsciel; mentre per i Tonta abbiamo rilevato due sottogruppi, Papa e Santinello). Tutti coloro che hanno lo stesso soprannome tendono ad avere lotti vicini, spesso addirittura confinanti. Da ciò si può dedurre che ampi appezzamenti siano stati, nei tempi, frazionati con criteri tendenzialmente egualitari, cercando di mantenere, per ogni famiglia le possibilità di sopravvivenza. Nella zona a vigneto il tipo di rapporto agrario largamente diffuso in Valtellina che era quello della conduzione a livello.

Il livello era un particolare contratto enfiteutico, cioè di affitto a tempo indeterminato, col quale un proprietario terriero affidava ad una famiglia di coltivatori un determinato appezzamento che la famiglia stessa poteva bonificare e trasformare pagando sempre lo stesso canone annuo fisso, in genere in natura, che non variava al variare della produttività del fondo. Anche in questa zona la maggior parte dei terreni è soggetta a livello. Abbiamo successivamente suddiviso i terreni a livello ai Nobili e alla Chiesa notando che la maggior parte delle particelle sono a livello ai Nobili, ma anche la Chiesa ne possiede una buona parte. Abbiamo visto che fra i Nobili  il maggior possessore è, senza alcun dubbio, Salis Conte Rodolfo (soprattutto nella zona di Piazzo), seguito dai fratelli Merizzi nob. Orazio, Antonio e Claudio, da Venosta Visconti nob. Francesco e da Quadrio nob. Giuseppe; mentre la maggior parte dei possedimenti a livello alla Chiesa appartengono alla Parrocchiale e al Santuario di Tirano. Bombardieri sono prevalentemente livellari alla Chiesa, mentre i Tonta ai Nobili. Roncaiola e Piazzo hanno subito negativamente le difficili condizioni ambientali (di quota e di acclività del terreno) e sono stati progressivamente abbandonati. Come i terreni coltivati sono stati abbandonati, anche l’edificato è ormai in disuso: le poche costruzioni abitabili sono utilizzate, quasi totalmente, solo come residenze temporanee. Se un tempo il lavoro dei campi aveva attirato manodopera verso Roncaiola e Piazzo, ora l’attività artigianale, industriale e la stessa agricoltura praticata con metodo intensivo spingono gli abitanti verso il fondovalle. Il motivo è sempre lo stesso: risiedere vicino al posto di lavoro!

Il mancato reimpiego della zona come terreno per vigneti, dovuto anche alla mancanza di una rete viaria adeguata, ne ha causato il degrado, contrariamente a quanto avvenuto nella vicina Baruffini che sovrasta una zona terrazzata e ben studiata a livello di impatto ambientale.

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Rasica e Madonna

di Lorenzo Giuriani

Per quanto riguarda le frazioni di Rasica e Madonna il gruppo ad esse dedicato ha avuto modo di catalogare 2723 particelle catastali. La zona analizzata ha come confini naturali il torrente Poschiavino (a ovest) e il fiume Adda (a sud) ed è attraversata da rogge che scendono verso il torrente e da un secondo canale che segue il fondovalle e, insieme al Poschiavino, delimita l’abitato di Madonna. Numerosi mulini (ben 17 censiti sul territorio stanno a testimoniare la vocazione produttiva dell’intera area. L’analisi dei catasti ha evidenziato come i terreni pedemontani e di versante (a est), dove viene coltivata la vite sui terrazzamenti, sono caratterizzati da form più irregolari. Diversamente lotti di maggiori dimensioni e di forma allungata e regolare erano disposti lungo le strade e i canali nel fondovalle pianeggiante. L’analisi delle proprietà rivela la presenza di fondi di maggiore estensione appartenenti ad un unico proprietario lungo i pendii della zona nord (Rasica). Gli edifici si sviluppano lungo gli assi viari principali e secondari in particolari sulla strada che collegava Tirano al passo del Bernina, nella zona prospiciente in torrente Poschiavino. La via di comunicazione principale, già presente nell’antico catasto grigione del Settecento, unisce la frazione Rasica con l’antico borgo di Tirano passando per la frazione Madonna e in particolare per la piazza dove si erge il Santuario della Beata Vergine. Rasica, a nord del territorio comunale, sulla sponda sinistra del Poschiavino, è caratterizzata dalla presenza di opifici con mulini, che fanno della frazione un centro di chiaro impianto artigianale. Tra i vari edifici posti sul torrente è censito dal catasto anche un maglio in ferro ad acqua. Dall’analisi di questa piccola frazione si può notare che le abitazioni dei proprietari dei mulini sono generalmente vicine al luogo di lavoro e che alcuni cognomi (Molinari, Ferrari) richiamano il legame con tali attività.  I due terreni più grandi vicino al santuario risultano di proprietà della Fabbriceria del Santuario della Madonna della folla e sono destinati a vigna. La frazione Madonna è fortemente caratterizzata dalla presenza del Santuario e dal sagrato che definisce una grande piazza su cui si affacciano numerose botteghe ed edifici a carattere misto (bottega al piano terreno e residenza al piano superiore) e l’antica locanda. Le proprietà, di notevoli dimensioni, legate al santuario, segnano anche gli spazi importanti dedicati alla grande fiera agricola che divenne di rilievo internazionale, per la sua collocazione cruciale rispetto agli assi stradali. Questa frazione è posta ad una discreta distanza dal borgo murato di Tirano: singolare è stato lo sviluppo urbanistico di Tirano, che ha dovuto comunque fare i conti con il lungo viale di collegamento tra il santuario e il centro storico.  Il centro abitato di Madonna si sviluppa lungo una direttrice trasversale rispetto alla valle, che si diparte dalla piazza e che è compresa tra il torrente Poschiavino )a ovest) e una roggia (a est) sulla quale è sito un altro mulino. Anche qui numerose sono le proprietà della Fabbriceria del Santuario, inoltre vi sono numerosi edifici a destinazione mulino su canali deviati del torrente. Anche in questa porzione di territorio nel XIX secolo molti terreni erano destinati alla coltura della vite, anche se, a sud della frazione Madonna, prevalgono i terreni a prato adacquatorio e ad aratorio.

Il versante orobico

di Danilo Borroni

Il versante orobico occupa l’area meridionale del comune di Tirano: nel nostro caso specifico abbiamo analizzato l’area che va dal borgo a sud dell’Adda risalendo le Alpi Orobie fino a S.Rocco a 1.200 metri e oltre a Trivigno, utilizzato come alpeggio, a 1.600-1.800 metri. E’ un territorio con una elevata pendenza ed una scarsa esposizione ai raggi solari, cosa che ha svantaggiato sempre la zona dal punto di vista agricolo. La destinazione d’uso principale del suolo è infatti il bosco e, a quota più alta, il pascolo. In passato anche questa zona era comunque utilizzata sia, in parte, per l’agricoltura, a patate e segale, sia per l’allevamento. Sul versante sono presenti infatti molti maggenghi. Le aree a bosco e pascolo erano gestita, in genere, come beni comuni direttamente dall’assemblea dei capofamiglia, tramite lo strumento degli statuti. Nella parte più vicina al borgo di Tirano era coltivata a vigneto, mentre oggi prevalgono le colture specializzate come i meleti, anche se la reddività è inferiore alle zone agricole del versante retico. Il vigneto posto sul piano era chiamato Opolo, di minor qualità rispetto a quello coltivato sui ronchi (terrazzamenti). Un’area interessante dal punto di vista agricolo è quella posta sul cono di deiezione che si estende da Tirano fino alle frazioni di Cologna e di Galera. Sopra la fascia coltivata a cereali si ritrovano i castagneti, una coltivazione importante nell’ambito della struttura sociale ed economica tradizionale. La zona orobica è caratterizzata dalla presenza di molti corsi d’acqua a carattere torrentizio che scendono lungo il versante in piccole vallette da loro stessi scavate. La ricchezza d’acqua era una risorsa importante per l’agricoltura. Molte rogge convogliavano l’acqua verso le aree agricole. Oltre il castagneto si trova il bosco vero e proprio che si estende fino ai limiti naturali dettati dalle condizioni fisiche dettate dalla quota. Il bosco è disposto a fasce, il ceduo più in basso, il resinoso più in alto. In alcuni punti il bosco è definito tenso, cioè protetto. Il bosco tenso è definito da precisi confini e non poteva essere tagliato. Anche la vigna era protetta in certi periodi (vedi cap. 98 degli statuti). La “guardia del l’uga” aveva il compito di vigilare che nessuno entrasse nelle vigne a partire dalla metà di agosto senza permesso. Per fare ciò provvedeva a rendere impossibile l’ingresso nella vigna con tutti i mezzi (vecchie porte, mazzi di arbusti spinosi ecc.). Il sistema del versante orobico era basato soprattutto sull’allevamento bovino e sugli spostamenti stagionali connessi: in passato i pastori utilizzavano una strada che partiva dl borgo di Tirano e saliva fino a 1000 metri, per poi ramificarsi per servire tutti i maggenghi. La strada raggiungeva anche la contrada S.Rocco e da qui Trivigno. Più che di strada bisogna in realtà parlare di mulattiera delimitata da muri a secco. Essa era percorsa da particolari carri a due ruote; giunto in piano il carico era riposto su normali carri a quattro ruote. La frazione di S.Rocco (1093 metri), oggi pressoché disabitata ed in comune di Villa di Tirano, svolgeva in passato una funzione di primaria importanza. La comunità qui insediatasi raggiunse il proprio massimo demografico attorno alla metà del XIX secolo, con una popolazione complessiva di circa cento abitanti; si trattava di una comunità che risiedeva in modo permanente e che produceva in loco il foraggio per il bestiame, nonché l’essenziale produzione agricola per il sostentamento della popolazione; era anche una tappa obbligata per la salita verso i pascoli alti. L’alpeggio di Trivigno era gestito in forma consortile, prima delle vendite dei beni comunali; i pastori provenivano sia da S.Rocco che da Tirano. Non vi si formò mai una comunità permanente e gli edifici presenti erano utilizzati solo per il pernottamento del bestiame e la produzione di prodotti caseari.

Conclusioni

Il territorio che ci circonda muta rapidamente il suo aspetto e  questo avviene sia per eventi naturali sia per opera dell’uomo con l’edificazione e l’abbandono.

Oggi gran parte di quello che vediamo conserva gran poco del suo aspetto originale.

Il lavoro che abbiano condotto ha portato a dei risultati che rispondono a molti perché riguardanti il territorio e le sue trasformazioni. Ma dall’altra parte pongono anche domande che non si rivolgono più al passato, ma guardano al presente e soprattutto al futuro.

Quella che a prima vista sembrava essere una semplice ricerca di archivio e catalogazione dati si rivelata invece una fonte di spunti e di riflessioni.Analizzando le informazioni che man mano si raccoglievano, organizzandole in tabelle per una più rapida revisione, confrontandole e mettendole in relazione al materiale grafico e fotografico a nostra disposizione,  per lo più mappe  e carte tecniche regionali, si è giunti a comprendere come e in quale misura il territorio di Tirano veniva utilizzato nell’800 e le sue affinità e differenze con la situazione odierna. Si è compreso cioè le relazioni che interccorono tra territorio ed edificato, tra territorio e uomo, il reciproco rapporto di dare e avere che è sempre esistito in tutte le civiltà e in tutti i tempi: l’uomo modifica il territorio e il paesaggio, ma a sua volta viene modificato da essi. Il presente vede il passato, ma se ne sta dimenticando; guarda il futuro e cerca di avvicinarsi in fretta. Risultato di ciò è, da una parte l’ abbandono dall’altra una sostituzione, quasi integrale, del “vecchio” con il nuovo. La domanda più ovvia è “che fare?”.Il semplice conservare non basta, occorre che alla base ci sia una coscienza storico – territoriale; che il singolo edificio, il singolo paesaggio vengano inseriti in un percorso storico – urbanistico, che, come per la grande storia dei fatti e dei personaggi, sia passato attraverso cambiamenti, distruzioni e nuove rinascite. Dall’altra parte il ritornare alle origini sembrerebbe ridicolo, un riproporre una replica senza spontaneità e senza necessità, solo una finzione; il tempo è trascorso e la storia, come la natura, ha un suo corso che non si può fermare. Comunque sono state proposte e indicate alcune vie da seguire per una riqualificazione del territorio e del paesaggio, di un piano di recupero che si ritrovano nelle schede del “Piano di sviluppo economico e sociale” delle Comunità Montana. L’obiettivo di un Piano di Recupero è quello di sperimentare la possibilità di uno "sviluppo dell'area della Comunità Montana Valtellina di Tirano", attraverso la valorizzazione delle risorse naturali e ambientali. Tuttavia questa "produzione di sviluppo" non si deve fondare su un'ottica vincolistica del territorio e dei suoi beni, perché non ne deve pregiudicare i valori, ma afferma un'autentica gestione del patrimonio, che vuole difendere e valorizzare. In tale ottica, la gestione del patrimonio fornito dall’ambiente, deve veder presenti, con ruolo attivo e determinante, le realtà locali. Bisogna dare corso ad una "gestione integrata delle risorse naturali e ambientali" e determinare una stretta integrazione con il "Piano territoriale di coordinamento", in corso di elaborazione da parte della Provincia.

Per far si che tutto questo avvenga è necessario  il rinvigorimento del processo di programmazione mirata della fruibilità delle risorse, attraverso "Programmi" e "Progetti specifici", determinandone tecniche – strumenti - risorse, e formandone i relativi operatori. Occorre provvedere alla costituzione di un quadro di "occupazione stabile e qualificata" per la gestione dei "Programmi e  all’attivazione di iniziative tendenti a conoscere e a far conoscere l'ambiente, ad apprezzarlo, a valorizzarlo, a tutelarlo, a renderlo fruibile e all’aggiornamento costante della "mappa dei dissesti idrogeologici".

In questo progetto sono coinvolti la Comunità Montana ed i Comuni; le Pro Loco, il Sistema Bibliotecario e museale, gli Organismi di gestione delle Aree protette (Parchi, Riserva, …), le Associazioni degli Imprenditori, dei Lavoratori e delle Categorie in genere, i Consorzi di Montagna e Forestali, le Associazioni varie e i Gruppi d'ambiente e culturali, le Agenzie varie, i Mezzi di comunicazione e di informazione locali.


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