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N. 71  - Recensioni  

          
   Editoriale

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 La speranza nel dramma della guerra civile

di D.B.

Ulderico Bernardi è nato a Oderzo, in provincia di Treviso, nel 1937. Docente di sociologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è saggista e scrittore, autore di pubblicazioni sui rapporti tra le culture e sulle tradizioni popolari. Tra le sue opere più recenti: El filò o la veglia di stalla (1992), l’insalatiera etnica (1992), A catàr fortuna (1994), La Babele possibile (1996), Del Viaggiare (1997)

Della drammaticità inquietante della primavera ‘45 ho avuto, personalmente, solo l’eco tramite i ricordi familiari e lo studio dei documenti di quegli anni. Ricordo l’impressione che mi destarono le copie del settimanale "Il Popolo Valtellinese" organo del partito nazionale fascista di quel periodo: una storia raccontata fino all’ultima settimana, che si conclude improvvisamente con la chiusura del giornale e la fucilazione del direttore; oppure nel racconto di altre fucilazioni, di persone più o meno responsabili, in Valmasino e in altri luoghi, di cui non si sa quasi nulla.

E’ difficile poter ritrovare nel Novecento in Italia un periodo più drammatico di quello coinciso con la guerra civile. Le violenze e le uccisioni dei giorni oscuri della "resa dei conti" nel 1945 non hanno ancora trovato un adeguato approfondimento. Nonostante si inizi ora a guardare con un po’ più di oggettività a quegli anni questa parte della nostra storia è ancora tutta da scrivere e molti aspetti restano da chiarire. Ulderico Bernardi, conosciuto, fino ad oggi, per i moltissimi saggi sulle culture locali e sul problema della convivenza interetnica, cosciente di come il romanzo "può insegnare più di un manuale di relazioni umane" racconta la propria infanzia cercando di comunicare, in particolare, l’atmosfera di quei tempi, una "frontiera tra due ere".

Gli occhi di un bambino che accompagna la madre, nel fluire di un racconto suggestivo e appassionante, riportano alla luce le tragedie di tante famiglie. Giovani fascisti, scampati con le famiglie alle foibe istriane, finiscono fucilati sui greti del Piave. Compagni di liceo e di giochi ora si sparano addosso: sullo sfondo la vita delle comunità, ancora legate alla tradizione contadina del "Veneto policentrico", ma già testimoni dell’inquietudine di un cambiamento epocale.

Scorrono così tante storie, come quella di Amedeo: "Ha sedici anni quando scappa da casa per arruolarsi nell’esercito si Salò. Conosce subito gli aspetti più lividi della guerra civile, nel lucchese e sull’Altopiano di Asiago. S’indurisce, spara a un detenuto che tenta la fuga. Un anno dopo torna in paese in licenza di convalescenza. La famiglia lo vuole a casa. Per non deluderli entra nelle Brigate nere locali. Ed è in quella divisa che morirà, le mani legate col filo di ferro dietro la schiena, insieme agli altri cento nei campi e nei vigneti prossimi al Piave, il primo di maggio del 1945. Mancavano quasi otto mesi ai suoi diciott’anni… A scaricargli addosso la raffica di mitra fu un suo coetaneo che aveva fatto la scelta contraria. Uno della classe, intesa come appartenenza anagrafica, non come ceto. Ma si conoscevano bene, talvolta discutevano insieme sui massimi sistemi…ma ce n’erano di più giovani fra gli uccisi alla Prìula: erano Artoné, Giordano, Mario e Raffaele, tutti di sedici anni. Romano, poi, ne aveva quattordici."

Bernardi riesce finalmente a rendere, nella sua fluidità narrativa, quelle doti comunicative eccezionali –finora strette nelle inevitabilmente rigide leggi delle molte e apprezzatissime opere di saggistica- che fino ad ora conosceva solo chi lo ha incontrato personalmente.

 

La mùtera

 

C’è un luogo in questo racconto memoriale che ne è la chiave interpretativa: la chiave del tempo, dello svolgersi degli avvenimenti, del confronto del dramma della guerra con l’immutabilità della cultura tradizionale, dell’identità con il cambiamento delle generazioni, della vita di chi rimane e della vita di coloro che –per un ideale, da una parte e dall’altra- hanno lasciato la scena del mondo troppo presto. E’ la collina, il rilievo erboso, dove Bernardi si recava con "la sua biciclettina", un "luogo appartato che nella solitudine splendeva di misteri". Una collina ove ora sono stati scoperti "i corpi di guerrieri e scheletri di cavalli", un tumulo rimasto intatto per millenni, mentre intorno giravano i tempi. Tutti i luoghi, tutte le comunità, hanno la loro mùtera, una ierofania, un punto preciso, delimitato e inconsciamente riconosciuto di generazione in generazione, in cui il sacro si rivela e irrompe nella storia, un osservatorio da cui si scruta "la venuta della speranza".

 

Ulderico Bernardi Un infanzia nel ’45, Gli specchi Marsilio, Venezia, 1999, 155 pagine, Lire 25.000


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