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N. 71 - Recensioni |
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di D.B. L’attenzione per il diffuso patrimonio tradizionale delle dimore rurali è andata sempre più crescendo, in tutto l’arco alpino, portando –in questi ultimi anni- ad una rilevazione attenta del fenomeno in quasi tutte le regioni interessate. Ultimamente la già cospicua bibliografia sull’argomento si è arricchita di due nuove opere, diverse per metodo e per territorio considerato, ma entrambe di alto livello qualitativo e di notevole impegno per la ricerca svolta sul campo. La prima, "Dimore rurali nella tradizione del Trentino", è un lavoro a più mani coordinato dall’arch. Ivo Maria Bonapace di Pinzolo con la collaborazione dell’arch. Maria Cristina Bassi e con la consulenza scientifica di Maria Antonietta Crippa, docente di storia dell’architettura al Politecnico di Milano. La provincia di Trento, scriveva Giuseppe Sebesta: "per la conformazione geologica della valle dell’Adige, che taglia nettamente l’arco alpino, per la concentrazione ortogonale di moltissime valli, isolate nella parte terminale, per i diversi livelli vegetativi a cui si ritrovano gli insediamenti, per un affacciarsi con valichi, presenta una variabilità di soluzioni casa-insediamento, che non si riesce a reperire in interi territori europei". Come spesso avviene nell’arco alpino è proprio questa diversità di accenti, documento dell’incontro di culture diverse, ad essere uno degli aspetti più affascinanti nell’identità degli insediamenti. Il volume separa nettamente il testo, posto nella prima parte, dall’apparato iconografico raccolto, in modo quasi esclusivo, nella seconda parte del volume. Anche in Trentino, come in Valtellina e Valchiavenna, colpisce in particolare l’incontro tra la cultura abitativa del maso (tipica della provincia di Bolzano e delle valli più settentrionali del Trentino) e la cultura dei villaggi annucleati della parte meridionale, con morfologie particolari (come è il caso di Isera in Vallagarina) dove è difficile isolare il singolo edificio dal contesto più ampio del borgo. Unica è poi la testimonianza, riportata nella parte finale del libro, con antiche fotografie, degli insediamenti delle valli Giudicarie caratterizzati, un tempo, dai tetti in paglia di notevole pendenza, ora trasformati e tipologicamente stravolti. Grazie all’uso di software di disegno tridimensionale gli autori hanno ricostruito, con suggestivi spaccati assonometrici, interi isolati, evidenziando così la complessità dei passaggi orizzontali e verticali, cosa altrimenti difficilmente leggibile. La seconda è un’opera riguarda il territorio della Svizzera italiana. Un’opera in due ponderosi volumi che arricchisce il già vasto catalogo regionale dell’Atlante dell’edilizia rurale in Ticino. Si tratta della parte dedicata al Locarnese, al Bellinzonese e alla Riviera ed è curata dall’architetto e geografo Giovanni Buzzi, docente di urbanistica presso la STS. Grazie ai contributi del governo federale per la salvaguardia della cultura italiana l’edizione in oggetto si presenta con caratteristiche grafiche eccezionali. Di ogni singola località viene compiuta una indagine paesistica che comprende tutti gli aspetti storici, geografici, economici del territorio considerato, con approfondimenti sui meccanismi del nomadismo alpino, carte agrarie, e accurati rilievi eseguiti dagli studenti della sezione architettura della Scuola tecnica superiore durante varie campagne, a partire dal 1981. Ogni edificio considerato è ubicato sempre in una corografia in scala 1:10.000 e contestualizzato in una planimetria in scala 1:1.000. Il rilievo evidenzia tutte le caratteristiche funzionali e distributive, l’uso dei materiali e le caratteristiche costruttive, con sezioni, piante, prospetti, fotografie e particolari architettonici. Solo la considerazione della "insostituibilità" e dell’importanza assoluta dei beni considerati può portare a tale accuratezza di indagine: è ciò che purtroppo ancora manca nella politica istituzionale e nella coscienza comune del nostro Paese che ancora troppo spesso considera le antiche dimore rurali alla stregua delle considerazioni tardo industriali degli anni ‘50-’60 sui Sassi di Matera. |
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