| I Libri della "Cooperativa Editoriale" | |
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Testo di Gianluigi
Garbellini - Postfazione sul paesaggio di Dario Benetti, Apparato
iconografico di Dario Benetti 2009 pp. 236 Euro 20,00 Guida alla visita Non esisteva, fino ad oggi, una guida storico artistica del centro storico di Tirano, uno dei borghi storici più importanti della Valtellina, a pochi chilometri dal confine svizzero. L'approfondito studio di Gianluigi Garbellini colma questa lacuna ed è significativo che ciò avvenga in corrispondenza con il riconoscimento, da parte dell'UNESCO, della ferrovia retica, il "trenino rosso" del Bernina che, proprio a Tirano ha la sua stazione di partenza. La visita al centro storico si modula in base a quattro itinerari attraverso palazzi, chiese, vie e corti dall'accento rurale. La ricca documentazione fotografica e la cartografia, curata da Dario Benetti -a cui si deve anche una postfazione sul paesaggio- facilitano in questa avventura intra moenia, all'interno delle mura. Tirano, infatti possiede un complesso sistema di difesa voluto da Ludovico il Moro nel 1492, dopo che i Grigioni avevano iniziato a muovere i primi passi (1486) di una espansione territoriale che avrebbe portato ad un lungo periodo (1512-1797) di sottomissione di Valtellina e Valchiavenna al dominio delle Tre Leghe. Il primo itinerario parte dalla porta Poschiavina verso palazzo Salis e completa un anello da via Ligari e via XX settembre, il secondo, sempre dalla porta Poschiavina, conduce alla porta Bormina via s. Carlo, il terzo riguarda invece la parte occidentale del borgo, dalla porta Milanese al castello di s.Maria, centro principale del sistema delle fortificazioni tiranesi, il quarto, infine finisce extra moenia, fuori dalle mura, lungo viale Italia verso piazza della Basilica e le frazioni. La stratificazione storica e architettonica evidenzia il ruolo strategico di Tirano, posto all'incrocio tra alcuni assi viari di notevole importanza: la strada regia che collegava Milano a Bormio, il passo del Bernina a nord, finestra sul centro Europa, il passo dell'aprica a sud, che garantiva i rapporti con la Repbblica Serenissima. La postfazione sul paesaggio inquadra il nucleo urbano all'interno dei molteplici segni dell'uomo e degli elementi costitutivi dell'identità culturale di Tirano. Dai terrazzamenti a vigneto, ai broli, ai gròtt (caselli in pietra a forma di igloo), alle murache, il contesto in cui si sviluppa Tirano ne è una logica ed essenziale continuazione. |
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Testo di Gianluigi
Garbellini - Contributo sull'archeologia di Mario Giovanni Simonelli, Foto di
Franca Valli Seconda parte: il fondovalle e i
versante orobico Guida alla visita A pochi mesi dall’uscita in libreria del primo volume dedicato a Teglio, Gianluigi Garbellini propone il secondo capitolo di un opera che è destinata a restare, per molti anni, un punto di riferimento per chiunque voglia visitare e conoscere più a fondo “La terra, l’arte e la storia” del comune da cui la Valtellina prende nome. Come molti altri territori della nostra valle, Teglio ha la caratteristica di occupare sia il versante retico che il versante orobico. Questa estensione dei confini ha precise origini alto medioevali ed è diretta conseguenza della necessità di utilizzare risorse indispensabili e tra loro complementari. Infatti se, da una parte, le terrazze del versante retico, prevalentemente solatie –ove sono collocate le principali frazioni e i palazzi nobiliari di Teglio- erano particolarmente vocate all’agricoltura, con la possibilità di ottenere anche due raccolti l’anno (segale e saraceno) oltre al prezioso raccolto di uva Vagella, l’altro versante era indispensabile per l’abbondanza delle acque e la conseguente presenza di opifici e per la produzione di legname. Questa “Guida alla visita” è dedicata a questa parte del territorio di Teglio, al piano e al versante orobico e in particolare alle quattro sedi principali dell’insediamento umano: Boalzo, Tresenda, Carona e San Giacomo. Più di 200 pagine di testo e di immagini a colori (autrice Franca Valli) ci sollecitano a “spingerci nel cuore degli antichi abitati orobici, tenuti con tenace amore dalle famiglie originarie quale luogo di vacanza, di riposo e naturale motivo per riannodare le radici della propria identità, di cui sono giustamente fiere e gelose custodi.” Questo itinerario ci conduce in antichi villaggi contadini, tra piccoli monumenti della vita quotidiana, intercalati da monumenti architettonici di tutto rispetto nati dalla religiosità secolare della popolazione: chiese, oratori, campanili, affreschi, ancone. Tutto, naturalmente diffuso sui versanti, visto che la società tradizionale non conosceva l’accentramento: ogni angolo era frequentato e abitato e tutta la montagna respirava, come una unità biologica. Questo nuovo titolo delle “Guide alla visita” arricchisce la collana di Quaderni Valtellinesi e segna ulteriormente la strada di un progetto ambizioso di servizio al turismo culturale della nostra Provincia, un progetto che già vede in cantiere numerose e importanti tappe.
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Testo di Gianluigi
Garbellini - Contributo sull'archeologia di Mario Giovanni Simonelli, Foto di
Franca Valli Prima parte: il borgo e le contrade
del versante retico Guida alla visita
Uscito nel cuore dell’estate scorsa, il quarto volume della collana dedicata dalla Cooperativa Quaderni Valtellinesi ai luoghi e ai monumenti della Valtellina e della Valchiavenna, ha subito guadagnato consenso di pubblico e di critica per l’elegante veste editoriale e per il contenuto.Il libro consta di 211 pagine in carta patinata, ricco di illustrazioni e carta topografica della zona presa in considerazione che è la parte retica del comune di Teglio e il centro dell’antico borgo che ha dato il nome alla valle dell’Adda.L’impostazione dello scritto è insolita per una guida, poiché l’autore conduce la virtuale visita a Teglio e alle contrade secondo un criterio giudicato dai lettori nuovo, accattivante e coinvolgente. Il contenuto è infatti suddiviso in tre parti: Il centro storico con il “recinto sacro”, i luoghi del potere e i luoghi della nobiltà; le contrade retiche, passate in rassegna una per una con le loro peculiarità antropiche e naturali e i monumenti presenti; infine – autore, Mario Giovanni Simonelli – appunti di archeologia tellina. Completano il testo sei box con riferimento alla storia, al paesaggio e all’archeologia. Come noto, Teglio fu nel passato centro di notevole importanza per il suo vasto territorio, per la presenza di nobili famiglie, per la tenacia nel lavoro dei suoi abitanti e quindi per la sua economia rurale, fattori che hanno lasciato interessanti tracce nel centro del paese e in ogni angolo del comune, comprese le testimonianze della preistoria, di cui è simbolo la celebre stele della “Dea Madre”.Particolare rilievo conferisce all’opera l’apparato iconico: nitide fotografie, scattate con la passione e l’amore di una tellina d.o.c. come Franca Valli, che spaziano su un repertorio vastissimo di immagini scelte in modo da rappresentare con vivo senso estetico la variegata realtà di Teglio e delle sue contrade, degna sicuramente di essere visitata e conosciuta. Il testo, di agile lettura, pur ricco di contenuto sulla base di una approfondita ricerca storica e di un’attenta analisi, presenta un linguaggio piacevole, chiaro e scorrevole, che invoglia a continuarne la lettura, nel desiderio di fare conoscenza con i luoghi, i monumenti e i fatti ricordati. Il nuovo volume della Cooperativa Editoriale Quaderni Valtellinesi è stato salutato a Teglio e dintorni con vero entusiasmo, tanto che già gli autori sono al lavoro per la seconda parte che riguarderà le contrade al piano e sul versante orobico del comune di Teglio.
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Giulio Perotti Il santuario della B. Vergine Assunta di Morbegno ha celebrato il 10 agosto scorso il 500° anniversario della consacrazione. Tra le iniziative culturali e spirituali proposte per l’occasione dalla confraternita, in collaborazione con altri enti e istituzioni, una serie di visite guidate a tema curate dal gruppo “Le nevi di un tempo”, un ciclo di incontri sul Rinascimento morbegnese organizzato dall’Assessorato alla cultura del Comune di Morbegno, che si concluderà a dicembre, una mostra sull’ancona prevista per la prossima primavera e, ora, la pubblicazione di una guida aggiornata, nella collana iniziata dalla Cooperativa Editoriale Quaderni Valtellinesi di Sondrio con La Madonna di Tirano e proseguita con le chiese di Santa Perpetua e San Remigio. Il santuario di Morbegno è uno dei capolavori architettonici del Rinascimento lombardo. Attribuita prima all’Amadeo, poi addirittura al Bramante, la chiesa è probabilmente opera di un Rodari. Il capolavoro assoluto della chiesa è la grande ancona lignea scolpita e intagliata da Giovanni Angelo Del Maino fra il 1516 e il 1519, dorata e dipinta da Gaudenzio Ferrari con l’aiuto di Fermo Stella fra il 1520 e il 1526. E’ stata realizzata come degna cornice, quasi un piccolo tempio-reliquiario, all’affresco miracoloso della Madonna col bambino, e per essere a sua volta contenuta nel più ampio tempio-reliquiario costituito dalla chiesa. La grande macchina, dalla straordinaria coerenza architettonica , si presenta come la facciata monumentale di un tempietto a pianta centrale quadrata, in cui il dipinto si colloca entro una grande arcata impostata, con le due nicchie laterali, sul modello classico dell’arco trionfale romano. Anziché la consueta predella, dovendo tener conto dell’altezza del dipinto preesistente, ai piedi dell’ancona sono collocati tre pannelli ad altorilievo che, coi due laterali superiori, costituiscono un ciclo di episodi della Vita della Vergine, in parte ispirati da incisioni di Dürer (…) La Guida, curata da Giulio Perotti, dotata di un notevole apparato iconografico, ripercorre le tappe della storia della chiesa e della confraternita, conducendo poi a una visita dettagliata del monumento.
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Nikolaj Berdjaev in coedizione con la casa editrice Jaca Book di Milano a cura di Adriano Dell'Asta - Postfazione di Dario Benetti Sono trascorsi ormai alcuni anni da quando si è cominciato a lavorare alla ristampa di questo libro. Non è stato facile superare tutti gli scogli che si sono via via presentati ma ha prevalso la determinazione di voler riproporre ai lettori italiani, dopo la prima edizione italiana del 1953, l’opera che, da molti, è considerata il capolavoro di Nikolaj Aleksandrovic Berdjaev (Kiev, 1874-Parigi Clamart, 1948), L’Autobiografia spirituale: Samopoznanie. Opyt filosofskoj avtobiografii (Autoconoscenza. Saggio di autobiografia filosofica) Parigi imca Press 1947. Questa determinazione nasce da vari motivi legati alla storia personale di chi scrive e alla storia di alcune esperienze di presenza culturale e sociale in Valtellina, come il Centro culturale Don Minzoni di Sondrio e la Cooperativa editoriale Quaderni Valtellinesi che molto devono al pensiero del filosofo dell’ottavo giorno. Infine e soprattutto, questa edizione nasce dalla coscienza del ruolo cruciale e rivoluzionario di Berdjaev di cui ancora l’Europa deve iniziare a prendere coscienza, ma dal quale dovrà presto attingere a piene mani se vorrà ritrovare, e non c’è bisogno di sottolinearne l’urgenza, il significato più profondo del mosaico della propria identità culturale. Nikolaj Berdjaev non è soggetto a facili definizioni ed è stato vittima di molte incomprensioni. E’ del resto una cosa normale per tutti gli anticipatori: il giudizio sorge infatti proprio da quel pensiero consolidato che viene lasciato alle spalle, in questo caso gli epigoni del razionalismo e dell’idealismo del Novecento. Beninteso il nostro autore è a tutti gli effetti un filosofo del Novecento (anzi della prima metà del secolo) ma, in realtà, i contenuti del suo pensiero cominciano solo ora, nel xxi secolo, a rivelare la loro estrema attualità. Anche questo mistero fa parte dell’incredibile ricchezza di fascino dell’uomo che, forse più di ogni altro, ha rappresentato la profezia dell’incontro fra Oriente e Occidente cristiano. Sbaglierebbe chi volesse analizzare, sistematizzare e rinchiudere Berdjaev in schemi teorici o in categorie scolastiche, facendone uno dei tanti esponenti dell’esistenzialismo e del personalismo. Si tratta di verità parziali che non aiutano molto ad incontrare il suo messaggio. Le parole dell’opera di Berdjaev trasmettono subito un metodo diverso nell’approccio della realtà e questo colpisce quasi più del contenuto. Si ha la sensazione di accostare qualcosa di vitale, non una pagina stampata ma lo scorrere dell’acqua di un torrente di montagna o l’aura che doveva circondare il bosco sacro delle antiche popolazioni panteiste. Pare superata la distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa. Non è in realtà panteismo ma, proprio come il nostro autore chiarisce, panenteismo. “La patristica orientale, avendo assorbito lo spirito del platonismo, non ha mai affermato la non-divinità del naturale… Non sono divini il male e il peccato, non certo il mondo creato, il cosmo, la natura. Il nostro mondo naturale è mondo peccatore e in quanto tale non è divino. Ma il mondo autentico è il mondo in Dio. Il panenteismo esprime nel modo migliore i rapporti fra Dio e il mondo. Il panteismo è sì una menzogna, ma contiene una parte di verità espressa nel panenteismo, che si limita a descriverci il mondo trasfigurato. Il mondo, l’umanità, la vita cosmica, sono divini per principio e in essi agiscono energie divine. Lo stato di creatura può essere superato, insieme con il nulla a cui esso è legato. Il mondo creato può essere deificato, ma questa deificazione può essere soltanto opera della grazia e della libertà.” E’ il Deus omnia in omnibus di san Paolo, con cui peraltro ci sono molte analogie nell’irruenza espressiva. Del resto grandi figure del mondo cristiano, sia ortodosso, sia cattolico, come Olivier Clément (strappato dalla “sua personale notte dell’anima”), e come il cardinal Jean Daniélou, hanno scritto di essere rimasti cristiani grazie all’incontro con una pagina di Berdjaev. La riscoperta della “concretezza dell’essere, l’essere in quanto vita”si comunica nella sua integralità di metodo e contenuto e non può essere ancora una volta una visione parziale. |
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Giuseppe Songini Acque misteriose: libro bianco sull'uso delle acque nei grandi impianti idroelettrici della provincia di Sondrio 2006 pp. 52 Euro 10,00 L’acqua è una delle principali risorse dei territori montani in Italia e in particolare delle Alpi: per secoli ha rappresentato l’unica fonte di energia per le produzioni artigianali e per la nascita delle prime industrie vallive. Al proposito, ancor prima della storia dell’utilizzo idroelettrico, non è ancora stata fatta una adeguata ricerca sulla fitta trama di canali, di prese d’acqua, di chiuse, che alimentavano mulini, pile, segherie, folle, fucine, magli, né è stato adeguatamente studiato il fenomeno che vide –tra la metà e la fine del XIX secolo- i torrenti alpini protagonisti di un processo di deforestazione vastissimo. La flottazione dei tronchi, utilizzando la portata ancora consistente dei torrenti nelle valli laterali, fu il mezzo principale utilizzato dai privati che acquisirono i boschi delle comunità di villaggio messi all’asta dal governo Austriaco. Eco dei danni causati direttamente da questa tecnica – per non parlare di quelli indiretti dovuti all’utlizzo speculativo delle foreste- si hanno in tutti i primi studi di storia economica, di quel periodo su Valtellina e Valchiavenna, dal Francesco Visconti Venosta a Pietro Rebuschini. E’ però a partire dalla fine dell’Ottocento che “l’oro bianco” delle Alpi diventa oggetto di un particolare interesse: tra il 1894 e il 1918 si forma il principale nucleo di impianti idroelettrici e sorgono le prime centrali (Campovico 1899-1901). Le iniziative e i capitali vengono, naturalmente dall’esterno e la comunità locale, ancora fortemente caratterizzata da una economia agricola e pastorale, non è in grado di porsi con forza come soggetto interlocutore di queste realtà. Con facilità le grandi finanziarie e il comune di Milano ottengono le concessioni per costruire gli impianti, avviando un processo di trasformazione sociale ed e economico che si protrarrà per decine di anni. Questo processo porterà ad una grande trasformazione, fin dai primi decenni del secolo, all’interno della cultura tradizionale ove, per la prima volta nella storia, si affacciò la prospettiva di un lavoro salariato in loco, con la richiesta di molta manodopera, in particolare per lo scavo delle gallerie sotterranee e per la costruzione delle dighe. Ben presto ci si rese però conto che le trasformazioni non portavano ad un vero processo di industrializzazione delle valli. Cambiava, per la prima volta, l’ambiente alpino: le dighe, le condotte, le linee elettriche e l’architettura delle centrali (in alcuni casi di notevole valore architettonico) evidenziavano, con quello che è stato chiamato “paesaggio elettrico”, l’ingresso di Valtellina e Valchiavenna all’interno di un processo inarrestabile di cambiamento. Giuseppe Songini ha ben descritto l’evolversi di questa storia in un volume, pubblicato nel 1994 (“L’energia elettrica in provincia di Sondrio”). Ora, con questo “libro bianco”, Songini porta all’attenzione di tutti una problematica di estrema importanza e attualità: nel quadro di un ritorno economico già non equilibrato rispetto ad altri territori limitrofi alpini (come la Svizzera o l’Alto Adige), è evidente l’utilizzo di un quantitativo vistosamente superiore di acqua, da parte delle attuali concessionarie, rispetto a quanto pattuito. C’è un motivo, dunque, per cui i torrenti di molte valli sono sempre quasi a secco o a secco del tutto e questo è ancor più preoccupante con il moltiplicarsi di ulteriori richieste di concessioni per l’utilizzo dei “piccoli salti” –che spesso “piccoli” non sono e interessano una vasta parte dei tratti dei torrenti non ancora utilizzati dalle grandi concessionarie. Le istituzioni locali, e in particolare la Provincia di Sondrio, non possono pensare ad un adeguato sviluppo del nostro territorio senza affrontare una delle problematiche più cruciali per il nostro futuro, in vista anche della scadenza delle concessioni, prevista per il 2010. L’acqua è la nostra principale risorsa e qualsiasi discorso istituzionale che non affronti seriamente questo problema, semplicemente, non è serio. |
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Gianluigi Garbellini Santa Perpetua e San Remigio: antiche chiese gemelle alle porte della Rezia 2005 pp. 136 Euro 15,00 La documentazione diretta, per entrambe le chiese, risale al XII secolo e si sviluppa, per quanto riguarda l’attività del relativo monastero, in più di mille pergamene, gelosamente custodite dal XVI secolo dai deputati del santuario e oggi conservate nell’archivio comunale di Tirano. Si tratta di un patrimonio considerevole ed esclusivo che getta luce sui secoli medievali in Valtellina e attesta l'operato in campo religioso-caritativo e socio-economico della piccola comunità monastica insediatasi sul dosso di Santa Perpetua e sull’altopiano di San Romerio verso l’XI secolo. Ben più antica, rispetto ai documenti legati alla presenza di conversi e converse nelle case adiacenti alle chiese, pare comunque essere la fondazione dei luoghi di culto, che risale all’Alto Medioevo, probabilmente tra i secoli VII e VIII. Non mancano naturalmente gli indizi in tal senso da ricercare nella peculiarità dei luoghi prescelti, nel modo stesso di insistere delle chiese, al pari di vedette, sul ciglio di strapiombi paurosi, ma altamente panoramici, nel carattere preromanico dell’architettura di stampo rurale e nella dedicazione, considerata l’importanza dei loca sanctorum quale chiaro indicatore temporale della fondazione e quale spia di presenza nella zona di popoli, monaci, milizie o altro. Santa Perpetua sorge in un ambiente naturale di grande suggestione, un piccolo balcone plasmato dall’escavazione glaciale nel fianco del monte, proteso nella valle dell’Adda all’imbocco della Valle di Poschiavo, sul filo di alti lastroni rocciosi sorgenti dalla brughiera e dal letto dei vigneti degradanti fino al Poschiavino che scorre ai piedi della montagna. Dal poggio, si gode una veduta incomparabile su Tirano che si stende ai suoi piedi: in primo piano l’armonia rinascimentale del santuario della Madonna con la sua piazza e le case della vecchia contrada della Rasica, poi il perfetto viale rettilineo, che taglia di mezzo la cittadina, con a capo l’antico borgo murato, dominato dal campanile romanico della parrocchiale di San Martino. Dall’alto, il vecchio centro appare accerchiato dal compatto agglomerato urbano che ha sottratto, anno dopo anno, quasi tutto il verde del fondovalle, immerso nel cupo brusio del traffico risalente a ondate a rompere la quiete di Santa Perpetua. Non si fatica a credere che, fin dai tempi antichi e prefeudali, accanto alla chiesa o sul medesimo sito potesse sussistere una costruzione di carattere militare, venuta in possesso in epoca medievale dei Capitanei di Stazzona, signori della pieve di Villa. Si trattava molto probabilmente di una torre di vedetta o di un piccolo castello di difesa, che essi avrebbero poi ceduto ai monaci nell’XI secolo. Anche la chiesa di San Remigio si trova sull’orlo di un alto strapiombo in posizione strategica, affacciato sul lago di Poschiavo, al margine di un alpeggio che si stende nel terrazzo intagliato nella montagna a quasi 1800 metri di altitudine. Il panorama qui è superbo e permette allo sguardo di spaziare, in ampio giro d’orizzonte, sulle vette e sui nevai sovrastanti la Valle di Poschiavo e sulla cresta delle Orobie che, inconfondibile, si profila al di là del solco dell’Adda, non senza zumate sul lago, sul fondovalle e sul dosso di Santa Perpetua. Nessun indizio induce a ipotizzare la presenza un tempo su questo altopiano di edifici a carattere militare. Oggi, come sicuramente nel passato, l’ambiente - naturale e antropico - non ispira che sensi di pace con l’esplicito invito alla contemplazione e alla meditazione o, più semplicemente, alla fruizione del paesaggio, che, effettivamente, è di una dolcezza rasserenante a diretto contatto con il cielo nell’aria frizzante e rarefatta dell’altitudine. L’architettura delle due chiese ha in comune l’essenzialità delle strutture, non priva dell’intrinseca bellezza delle cose semplici, con un carattere di fondo che prelude al romanico. Santa Perpetua vanta, rispetto a San Remigio, qualche pretesa di stile nel campanile e nella facciata con dettagli prossimi al romanico, mentre la chiesa gemella presenta gli ibridi elementi di un’architettura rurale che l’accomuna alle costruzioni civili dell’alpeggio. Santa Perpetua giunge integra, pur con l’aggiunta della sacrestia del XVII secolo e dell’ossario del XVIII secolo, senza manomissioni strutturali di rilievo, San Remigio invece ha subito il rifacimento del campanile nel XVI secolo e del presbiterio nel corso del Seicento. In entrambe le chiese sono emerse, in epoca recente, tracce dell’originale dipintura: a San Romerio solo un lacerto con tre volti sulla parete di sinistra dai contorni pesanti e insistiti, tipici della pittura preromanica, tuttora in attesa della definitiva pulitura che potrebbe portare alla scoperta di altre parti; a Santa Perpetua sono tornate alla luce, sulla superficie dell’abside, diverse figure di grande interesse artistico e documentario. Si vuole che il culto di santa Perpetua, martire di Cartagine, sia stato introdotto in valle dai Bizantini al tempo della guerra gotica o dai missionari inviati a combattere l’arianesimo da papa Gregorio Magno, provenienti dalle terre nordafricane di Bisanzio, abbandonate dall’impero per il sopraggiungere degli Arabi. Per la chiesa di San Remigio, dedicata anche a san Pastore, l’origine franca pare sicura. Entrambi i santi titolari risultano infatti in grande venerazione presso i Franchi, signori nell’Alto Medioevo della Rezia con un loro praeses a Coira in rappresentanza del sovrano. Ciò che totalmente in comune hanno le due chiese è la storia a partire dal citato 1237, anno della fusione in un unico capitolo dei due conventi originali, sorti entrambi all’interno del fenomeno del monachesimo di stampo rurale che interessò molte regioni d’Italia e d’Europa nei secoli attorno al Mille e subito dopo. Suscita ammirazione la capacità dei conversi nel promuovere il dissodamento e la bonifica dei terreni improduttivi sui pendii della montagna e sul fondovalle invaso dalla brughiera e dal pietrame del Poschiavino e dell’Adda, che essi con l’ausilio di manodopera locale seppero trasformare in coltivi: le terre novali o novalia. Diversi sono i documenti che certificano questo duro lavoro e danno gratificazione ai conversi, riconoscendo il loro benemerito operato, tra cui l’attestazione del vescovo di Como Guglielmo del 1209, che li esenta per premio dalle decime sulle terre novali da essi redente da dieci anni e per quelle che dissoderanno in futuro. Guida alla visita
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Gianluigi Garbellini La Madonna di Tirano; monumento di fede, di arte e di storia 2004 pp. 148 Euro 12,00 In occasione del Cinquecentesimo anniversario dell'apparizione della Madonna a Tirano (29 settembre 1504 - 29 settembre 2004), viene pubblicata la prima guida storico artistica del Santuario. Un "Monumento di fede, di arte e di storia" che rappresenta il simbolo della religiosità e della identita culturale di Valtellina e Valchiavenna. L'opera architettonica, attribuita ai fratelli Rodari, edificata negli anni immediatamente successivi la data dell'apparizione, costituisce una delle più importanti architetture rinascimentali della Lombardia. "Profondamente radicato nel cuore e negli affetti della popolazione valtellinese, da secoli il Santuario è punto di riferimento nei momenti difficili e gioiosi, individuali e collettivi." La guida accompagna il visitatore nell'itinerario tra le moltissime testimonianze di arte e storia che arricchiscono il monumento, con un testo piano ma estremamente documentato di Gianluigi Garbellini, storico dell'arte e tra i massimi esperti del Santuario. Ricchissima la documentazione fotografica, frutto di una apposita campagna svoltasi tra il 2003 e il 2004 e innovativo il metodo scelto nell'itinerario, reso più semplice dalla presenza ricorrente di una pianta con l'indicazione dei luoghi e delle opere descritte: la visita inizia all'esterno del santuario, nella piazza di fronte alla facciata e si svolge in senso orario intorno al tempio, per continuare poi all'interno. Guida alla visita
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AA. VV. Il Sei e Settecento in Valtellina e Valchiavenna 2002 pp. 168 Euro 50,00 Il Centro culturale e sociale Don Minzoni di Sondrio e la Cooperativa editoriale Quaderni Valtellinesi segnano un’ altra tappa del cammino nella storia locale delle nostre valli e della collana di testi, che ne è la naturale documentazione, con il volume, appena uscito, su “Il Sei e Settecento in Valtellina e Valchiavenna”. Non è fuori luogo sottolineare che il testo non è esito di un lavoro a tavolino ma è frutto dell’ attività istituzionale del Centro culturale. Accanto ad altre iniziative di vario genere, esso organizza infatti da anni i corsi di aggiornamento di storia, cultura e arte locale , che hanno visto la partecipazione numerosa soprattutto di insegnanti e che hanno caratterizzato l’ identità del Centro facendolo conoscere anche fuori dei confini provinciali. La redazione degli atti dei corsi è poi l’ occasione di un lavoro di rielaborazione , di ulteriori indagini e documentazioni sul campo che coinvolgono in un lavoro di èquipe esperti, collaboratori e responsabili del Centro. Il primo corso, sul periodo dalla preistoria all'Alto Medioevo, il secondo sul Medioevo ed il terzo sul Rinascimento hanno reso possibile negli anni scorsi la pubblicazione di tre volum, riccamente illustrati, contenenti gli atti : il primo, nel 1989, dal titolo "Le origini della Valtellina e della Valchiavenna”, il secondo, nel 1993, dal titolo "Valtellina e Valchiavenna nel Medioevo”, il terzo , nel 1999 , dal titolo “Il Rinascimento in Valtellina e Valchiavenna”. Gli importanti contributi che costituiscono il testo più recente sono, in ordine: --“Politica, religione, cultura in Valtellina e contadi in epoca grigione” della prof.essa Claudia Di Filippo Bareggi, docente di Storia all’ Università Statale di Milano -“Grigioni e terre suddite: luci e ombre di un rapporto secolare” del dott. Diego Zoia, storico -“L’ architettura sacra nell’ età della Riforma in Valtellina e Valchiavenna” del prof. arch. Santino Langé, docente di Storia dell’ Architettura al Politecnico di Milano, -“Arte nel Seicento e Settecento in Valtellina e Valchiavenna” della dott. Simonetta Coppa, della Soprintendenza ai Beni artistici e storici della Lombardia, -“Un pittore della Controriforma: Giovan Battista Macolino” del prof. Guido Scaramellini, storico e animatore del Centro di studi storici della Valchiavenna, -“I Ligari, una famiglia di artisti del Settecento” della prof. Laura Meli Bassi, storica esperta dei Ligari e presidente della Società storica valtellinese, -“Fasto barocco e fede . Il tabernacolo ligneo” del prof. Gianluigi Garbellini, storico. Da segnalare , in questa ultima relazione, una interessante ed inedita schedatura dei cibori in provincia di Sondrio. Come negli altri testi precedenti i contributi degli esperti indagano particolari aspetti della storia e dell’ arte locale contribuendo in modo originale a ricostruire scenari, personaggi, opere e avvenimenti del nostro territorio lungo i secoli XVII e XVIII, caratterizzati dalla dominazione grigione e da una fioritura artistica unica nella sua storia. |
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A cura di Dario Benetti Un piccolo gioiello del barocco alpino 2001 pp. 60 Euro 5,00 Uno tra gli scopi prioritari dei finanziamenti previsti dall’art.5 della Legge Valtellina (L.102/90) per il restauro di molti beni monumentali era quello di promuoverne l’accessibilità e la visitabilità nella prospettiva di uno sviluppo del turismo culturale. Per questo è stata prevista una adeguata convenzione che il beneficiario dei finanziamenti ha dovuto sottoscrivere, in base alla quale lo stesso si impegna a garantire la visitabilità dei monumenti al termine dei lavori di recupero. Tenendo conto di questo e delle moltissime scoperte emerse a seguito dei lavori svoltisi in questi ultimi due o tre anni, è sempre più evidente la necessità di creare degli strumenti che siano pensati appositamente per una visita turistica. La provincia di Sondrio ha già pubblicato un ricco volume in cui sono sinteticamente riportati i dati su oltre 60 restauri portati a termine fino ad oggi (Vedi Q.V. n. 74, pag. 58), ma di ogni monumento sarebbe opportuno poter disporre di una apposita guida.Un primo importante esempio nella direzione auspicata è stato predisposto grazie alla disponibilità della ditte IEMMECI s.r.l. e REDIL costruzioni s.r.l. di Sondrio che hanno curato i lavori per il restauro della chiesa della Beata Vergine del Rosario in frazione Piana in Val Lunga di Tartano. Una piccola chiesa alpestre, ai più sconosciuta, torna ora ad essere una possibile meta per i numerosi visitatori che frequentano in estate queste valli orobiche: dalle prossime settimane i visitatori, oltre a poter riammirare una architettura ed un complesso di opere d’arte che languivano in uno stato di completo degrado, potranno usufruire di una guida che ripercorre la storia singolare del monumento e il suo ruolo nel contesto storico-artistico del Seicento alpino. L’agile volumetto dal titolo Un piccolo gioiello del barocco alpino, è pubblicato dalla nostra cooperativa ed evidenzia le molte particolarità che fanno di questa chiesa uno degli esempi più significativi della partecipazione popolare, come committenza, alla grande fioritura dell’arte e dell’architettura barocca nelle nostre valli. "La fioritura di migliaia di chiese –scrive Santino Langé nella sua opera Il barocco alpino- secondo schemi autonomi particolari, riteniamo non ancora valutati criticamente, e con una particolarissima interpretazione del rapporto spazio interno, arredo sacro e decorazione plastica, costituisce a nostro giudizio il vero nucleo importante per peso e qualità di ciò che si deve intendere per barocco alpino" (p.7).Perché "due coniugi, fattisi rappresentare in ginocchio nella tela del presbiterio, come due nobili rinascimentali, ma con i vestiti di due facoltosi popolani" a pochi anni dalle tragedie vissute dal popolo valtellinese a seguito della guerra dei Trent’anni decidono di edificare questo tempio? L’architetto Dario Benetti, curatore dei restauri e della pubblicazione, a seguito di una approfondita ricerca di archivio, prova a rispondere a questa domanda, ripercorrendo avvenimenti locali e internazionali che arricchiscono notevolmente il quadro contestuale.I restauri architettonici, peraltro, hanno anche permesso di ricostruire la dinamica dell’evoluzione costruttiva della chiesa, tra il 1650 e il 1652 e gli ampliamenti e le modificazioni intervenute nel corso del Settecento.Nella tela del presbiterio della chiesa, fino agli anni ’60 del Novecento situata a 4 ore a piedi dal fondovalle valtellinese, come a documentare misteriosamente la loro presenza, i coniugi Giovan Antonio e Giacomina Brisa si sono fatti raffigurare in una tela devozionale: essi ricevono il rosario dalla Vergine con in braccio il Bambino, tra i santi Francesco, Antonio Abate, Domenico e Giovanni Battista. La scena è ambientata all'interno di un semplice locale. Sullo sfondo una finestra è aperta su un dolce paesaggio collinare -che contrasta tra l'altro con i ripidi versanti a bosco di abetaie della Val Lunga. Al centro del dipinto la scritta: "Gio.Antonio Brisa e Giacomina sua moglie, per loro devozione, fecero fare quest'opera, nell'anno 1640 il giorno 5 aprile.Dei restauri del ricco patrimonio di tele, soprattutto settecentesche, della chiesa e della pala d’altare scrivono le restauratrici Anna Poretti e Maria Sceresini, con una ricca documentazione di immagini a colori, proponendo, in modo suggestivo, le varie fasi del recupero dei dipinti e delle parti lignee decorate.
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S.Coppa, L.Corrieri, G.L.
Garbellini, M.Guidetti, S.Langé, G.Scaramellini, S. Xeres, D. Zoia Il Rinascimento in Valtellina e Valchiavenna 1998 pp. 214 Euro 46,49
Se la storia locale si limitasse alla raccolta minuziosa di notizie d’ archivio, di nomi, di fatti e di località non potrebbe di per sé entusiasmare né il ricercatore né il non addetto ai lavori. D’ altra parte l’ uomo non esiste in astratto ma vive nel concreto delle situazioni e delle circostanze. E’ in questo hic et nunc che si scoprono le cose grandi dell’ uomo, non nei libri, nei concetti, nelle teorie. L’ opera è stato l’ esito di un lavoro lungo, paziente e concreto : ma alla base di tutto troviamo desiderio e curiosità. Non può non appassionare il racconto di una storia basato sul lavoro di ricerca diretta sulle fonti : i documenti d’ archivio e gli scritti ma anche e soprattutto il territorio, i paesi ed i villaggi, i monumenti, gli artisti; un lavoro che non è mai finito, mai perfetto, sempre nuovo. Abitare un territorio così bello e ricco di testimonianze come il nostro non può non essere motivo di orgoglio e di senso di appartenenza se prestiamo attenzione ai nostri luoghi e cominciamo a riconoscere e studiare i fatti del passato ma anche e soprattutto gli innumerevolisegni concreti di quel passato, presenti in modo diffuso nelle nostre valli. L’ appartenenza ad una storia, ad una cultura, ad una terra è quanto di più autenticamente umano ci sia. Ma il momento presente ci mostra che quando questa dimensione perde il nesso con la natura più profonda dell’ uomo e con il suo destino, quando cioè viene concepito non come qualcosa di dato ma come qualcosa di posseduto, e quindi non come segno concreto di una umanità presente in tutti, come segno di una appartenenza più grande, vocazione di ogni uomo, ma come strumento per negare l’ altro, allora perde ogni grandezza per diventare semplicemente chiusura, odio, violenza. Nel volume vengono trattati i vari aspetti della cultura e della vita sociale che hanno lasciato segni visibili sul territorio : storia e politica, economia e lavoro, religione e vita sociale, architettura, scultura e pittura. Massimo Guidetti, storico e curatore di numerosi volumi di storia e storiografia europea, autore fra l’ altro, con D. Benetti, nel 1990 di un interessante e agile volume "Storia di Valtellina e Valchiavenna", recentemente ripubblicato, tratteggia lo scenario storico e culturale europeo ed in particolare dell’ arco alpino con il suo contributo dal titolo "Permanenze e trasformazioni nella vita politica e sociale"; Diego Zoia, storico locale, si occupa dell’ aspetto economico e territoriale con lo scritto "Attività agricola e gestione del territorio"; "Istituzioni ecclesiastiche e vita religiosa" è invece il titolo del saggio, molto ricco e documentato, svolto da don Saverio Xères che tratta alcuni fondamentali aspetti della vita della chiesa locale quali : il passaggio dall’ organizzazione plebana alla costituzione delle parrocchie, la situazione del clero e degli ordini religiosi, il tipo di religiosità del tempo ed il ruolo delle Confraternite; di "Architettura religiosa" si occupa il prof. arch. Santino Langè, del Politecnico di Milano, che tratta in particolare dell’ influenza sull’ architettura della letteratura manualistica e del rinnovamento post-tridentino della vita religiosa; ’ arch. Libero Corrieri, della Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici, si occupa dell’ "Architettura civile" e svolge alcune osservazioni su palazzo Besta, palazzo Vertemate di Piuro e su castel Masegra a Sondrio; di Simonetta Coppa, della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici, è "Pittura e scultura lignea" che si occupa soprattutto di affreschi, decorazione scultorea e ancone lignee nel passaggio fra ‘400 e ‘500; "Un borgo rinascimentale : Chiavenna" è opera di Guido Scaramellini, storico locale valchiavennasco, che descrive il centro antico di Chiavenna nel sua suddivisione funzionale e nel suo ricco patrimonio storico rinascimentale; infine di Gianluigi Garbellini, storico locale valtellinese, è il saggio monografico sul monumento rinascimentale più importante della valle sia dal punto di vista religioso che architettonico : "Il Santuario della Madonna di Tirano". |
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Storia di Valtellina e Valchiavenna 1998 pp. 223 Euro 14,47 Nel volume si descrive l'azione nelle valli di romani, carolingi e signori feudali, dei duchi di Milano e dei Grigioni, dei funzionari napoleonici e di quelli austriaci, dello stato italiano e del fascismo. Altrettanta attenzione si dedica ai primi insediamenti umani, ancora poco conosciuti, ed alla lunga epopea della pastorizia e dei dissodamenti, che da prima del Mille al 1800, hanno svituppato la capacità degli uomini di vivere in mantagna. Se ne ritrovano i pratagonisti: le comunità di contadini e di pastori, poi i monaci, i nobili e i mercanti. Si ricostruiscono la religiosità e la cultura di questa società alpina, che si confronta con le vicende della storia italiana ed europea e seppe esprimere una sua grandezza nei secoli della relativa prosperità come in quelli della povertà. Il volume è un invito a conoscere questo ricco patrimonio storico ed a ritrovare la trama con cui si è costituita e modificata l'identità delle popolazioni valtellinesi e valchiavennasche. Per l'insegnamento, è un sussidio che può accompagnare 1o studio della storia generale. |
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Il paesaggio lombardo 1998 pp. 269 Euro 12,40 Da un rigido e soffocante controllo burocratico, abituato con criteri soggettivi e vincolistici, si è coraggiasamente passati a quella che è stata definita "una delle più complesse operazioni di decentramento mai poste in essere" nel corso della storia della Regione Lombardia. Ci si è, in sostanza, resi conto di quanto sia indispensabile il coinvolgimento diretto delle comunità locali, in modo che queste, direttamente, possano esprimere i valori che ritengono più adeguati a rappresentare 1a propria identità culturale, nel paesaggio edificato e non. La qualità delle relazioni e la loro diversa sfaccettatura rispetto a questi problemi mette in evidenza qualità e approfondimento del dibattito quale raramente è stato dato di osservare nella fase elaborazione di normativa istituzionale a livello regionale. I contributi, raccogliendo le indicazioni di una lettura polisemica de1 paesaggio, spaziano in oltre 250 pagine dal punto di vista storico a quello sociologico, a quello antropologico fino agli aspetti più concreti architettonici, urbanistici e tecnico amministrativi (in relazione alla presentazione delle pratiche ambientali). |
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Valli segrete in Valtellina e Valchiavenna 1997 pp. 128 Euro 12,40 I due solchi vallivi principali presentano ormai i segni di una crescente trasformazione urbanistica e sono maggiormente oggetto di attenzione da parte dei turisti che transitano sulla strada statale. Se si escludono le aree di monocultura dello sci, le valli laterali si presentano oggi come il luogo dove si sono conservati e continuano a vivere alcuni dei tratti più originari dell'identità valtellinese. Questa agile guida, riccamente illustrata con foto a colori e utili cartine, permette di orientarsi nei principali itinerari sia nelle alpi Retiche che nelle Orobie. Le valli laterali non sono la foresta pietrificata e immemore di un mondo finito. Il loro tesoro è anche un presente fatto di volontà e di necessità di rimanere, di inventiva e di creatività. La guida dedica uno spazio proporzionalmente grande a far conoscere questo presente. |
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La dimora alpina 1997 pp. 379 Euro 20,66 L'insieme dei contributi porta ad una visione complessiva dello stato dei lavori sul tema della dimora alpina tradizionale in varie regioni dell'arco alpino, offrendo una eccezionale possibilità per i ricercatori e gli appassionati, con il contributo degli studiosi che maggiormente, in questi anni, hanno approfondito, a livello universitario, questo settore importante della cultura alpina. |
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Le radici di una valle alpina 1995 pp. 334 Euro 61,98 Questo lusinghiero cammento di Paul Guichonnet - l'autore del celebre Histoire et civilisation des Alpes - introduce "Le radici di una valle alpina", un volume frutto della ricerca decennale dell'architetto Dario Benetti e dell'etnologo Paul Henri Stahl sull'antropologia storica e sociale di una valle delle Alpi Orobie, la Val Tartano. IL tentativo originale e quello di rileggere la storia di una valle alpina, legandola al contesto Europeo in cui essa è collocata, unendo alle fonti tradizionali di archivio, il paesaggio, l'architettura e la vita sociale delle famiglie e delle stirpi dei contadini-pastori. |
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Habitat un ambiente per vivere 1994 pp. 171 Euro 12,40 Questo volume raccoglie le principali relazioni di un convegno organizzato a Bormio nel maggio 1993, più alcuni testi di altre conversazioni tenute sempre in occasione di manifestazioni pubbliche dell Associazione. Il problema dell'ambiente e del suo utilizzo da parte dell'uomo viene affrontato da punti di vista diversi, scegliendo alcuni tra i principali temi che, all'ordine del giorno o meno nell'informazione corrente, sono semhrati indispensabili per comprendere ed orientarsi sul tema: insediamenti, tecnologia, biotecnologia, agricoltura, ma anche antropologia, sociologia, storia delle religioni. Alcune interessantissime presentazioni di casi specifici e di soluzioni trovate suggeriscono concrete possibilità di armonizzare presenza umana e tutela ambientale. Cosi che, nella prospettiva degli autori, alla consapevolezza dei guasti compiuti e in corso di attuazione, si accompagnano la fiducia e 1'invito ad un operare fattivo e paziente. Per questa sua impostazione ad ampio spettro d'interessi, e per 1'autorevolezza dei contributori, il volume si presenta come un punto di riferimento essenziale nell attuale panorama delle pubblicazioni italiane sul tema ambientale. |
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a cura di Dario Benetti
Francesco Visconti Venosta
"La pubblicazione di questo lavoro, così essenziale nella bibliografia della Valtellina moderna, ha il significato culturale di rimettere in circolazione uno strumento non più superato di conoscenza delle condizioni della provincia di Sondrio nella prima meta dell"800 e di stimolo al ripensamento, in termini aggiornati, di alcuni nodi della sua realta attuale. Un ricupero, dunque, e un 'occasione. |
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Dario
Benetti " La ricerca di quell’indeterminabile complessità che lega la storia alle cose, la vita dell’uomo al suo lavoro, la famiglia al suo territorio, nelle valli e nei versanti di Valtellina e Valchiavenna, è il tema centrale del volume "Il segno dell’uomo". Il termine paesaggio si è ampliato e arricchito, in questi ultimi anni, di molte interpretazioni. Da una visione prevalentemente estetica si è passati ad una complessa visione della realtà che pone in primo piano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, attraverso il lavoro e l’abitare.Lo sviluppo, nella storia, di un rapporto tra soggetti e ambiente naturale ci porta alla considerazione dello spazio abitato dall’uomo come ad un insieme di sistemi ambientali. Un inscindibile e, forse indeterminabile, rapporto lega i protagonisti di questi sistemi, in un complesso gioco di significati.Il segno dell’uomo è caratterizzato in Valtellina e Valchiavenna dall’eccezionale continuità della presenza di comunità di contadini e pastori in grado di colonizzare i versanti, utilizzando le risorse naturali in ogni stagione, alle diverse quote. Fino ad oggi si è fatta molta fatica a valorizzare questi segni, perché la storiografia non era in grado di comprendere il valore della quotidianità: solo alcuni rari momenti, alcuni episodi eccezionali potevano meritare una citazione nei libri di storia, non la vita di chi ha lavorato e sofferto per un campo di segale o per un terrazzamento a vigneto. Il paesaggio torna invece a interrogarci prepotentemente come stratificazione della memoria storica di un popolo, come documento da leggere con attenzione e rispetto.Il tentativo di questo libro, arricchito da oltre 140 pagine di fotografie a colori, è quello di dare una immagine globale del nostro paesaggio: dai regimi agrari, letti attraverso la fonte dei catasti ottocenteschi, agli insediamenti umani, dalle prime e più elementari forme di edifici isolati al villaggio rurale, fino a giungere alle forme più articolate del borgo dove convivono contadini, artigiani, nobili e commercianti, dai percorsi storici alle tipologie della casa rurale e delle dimore civili e patrizie, dai luoghi del sacro alle forme di industria rurale collegate all’utilizzazione dell’energia idraulica. Un aspetto importante del volume, oltre al ricco corredo iconografico, è il collegamento dell’identità storica con il presente. Gli ultimi due capitoli, infatti, dedicati all’Ottocento e al Novecento, inquadrano i principali fattori di trasformazione del paesaggio e dei suoi equilibri, dal ritorno di Valtellina e Valchiavenna nell’ambito lombardo (1797), fino all’alluvione del 1987 e alle più recenti tendenze di recupero e adattamento agrario dei terrazzamenti.
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