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N. 71  - Una cultura per vivere  

          
   Editoriale

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 La musica che ci circonda

a cura di Maurizio Carugno

Viviamo in un tempo assai strano nel quale siamo bombardati (letteralmente) da ogni genere di musica in ogni circostanza (ormai c’è musica anche nei bagni degli aeroporti) senza nessuna possibilità di decidere o di scegliere quale musica ascoltare. Pensate a che violenza tremenda ci fanno ogni giorno senza che noi ce ne accorgiamo (alla radio, entrando in un bar, in un ristorante o in una casa), come se fossimo stati investiti dalle radiazioni di Chernobyl e il nostro apparato uditivo non fosse più collegato alla mente e al cuore, come se ci avessero tolto la capacità di giudicare. Invece sono sicuro che se in metropolitana o in tram ci schiacciassero un piede reagiremmo con forza immediatamente. Ci siamo così assuefatti a tutta la musica che ci propinano, anche se ci lasciano l’illusione di sceglierla, che ci sembra tutta buona e non sappiamo più percepirne il valore (al massimo ci scappa un "mi piace o non mi piace) e non ci rendiamo conto che noi la musica la sentiamo e non l’ascoltiamo. Voi direte: "che differenza c’è?"

C’è la differenza che passa tra allevare un figlio ed educarlo, tra una convivenza e un matrimonio, tra l’usura e la stima e via dicendo. Il "sentire" musica ha a che fare con il consumare qualcosa, come bere una birra che appena finita non lascia nulla se non quel senso di freschezza in bocca che subito svanisce (avrete capito che preferisco il vino), come se da quello che stiamo ascoltando non ci aspettassimo nulla se non la momentanea soddisfazione dell’udito. Ma non è solo colpa nostra, bensì della forma e quindi della qualità molto scadente della musica che ci circonda e del fatto che ci fanno credere che interessarsi al contenuto e quindi al senso di questa musica sia una dispersione di tempo e di energie. La musica di oggi non pretende neanche di avere un senso, vuole solo intrattenere la gente mentre fa non si su bene che cosa. L’importante è intrattenere, che letteralmente significa ‘trattenere dentro’ cioè imprigionare... dove? Nel nulla. Non per niente la chiamiamo musica "leggera". In essa l’architettura povera, la totale prevedibilità, sono considerati elementi necessari ai fini del successo commerciale e della capacità di diffusione del prodotto. Questo fa parte del gioco: si chiama "leggera" perché pesa poco, specialmente in termini di contenuto. Lo stesso vale per l"’easy listening" e la "new age". C’è ben poco da dire ed ancor meno da ascoltare. Diciamocelo, una musica così si può solo sentire (magari mentre si sta facendo altro), cioè consumare perché è fatta e pensata per questo, tanto è vero che cercando in essa un po’ di spessore dobbiamo per forza indirizzarci sulle parole, che sono parte integrante di un pezzo di musica leggera. Ma la musica è la musica, deve poter stare in piedi da sola, avere una sua dignità espressiva e non può accontentarsi di fare da zerbino a delle parole che il più delle volte non esprimono altro che il nulla che ci divora. Ascoltare ha a che fare con l’incontrare qualcosa di inatteso, di non scontato quindi ha a che fare con un atteggiamento di attesa che qualcosa che non abbiamo pensato possa entrare nell’orizzonte della nostra esistenza e cambiarci o perlomeno commuoverci Ma perché ciò avvenga la musica che ascoltiamo deve essere musica d’arte, nel senso che deve esprimere gli uomini che la fanno, il loro cuore deve essere musica per tutti, deve rivolgersi a tutti nello stesso modo in cui lo fanno i quadri di Van Gogh, e proprio per questo non può essere consumata ed usata ma "pretende" di essere incontrata e rispettata.

Mentre il sentire musica è un atteggiamento passivo, ascoltare è un’attività, è tanto per capirci meglio, come leggere un buon libro. Avete mai provato a fare qualcos’altro mentre leggete un libro? Non credo perché non è possibile, non è pensabile perché in quel momento tutto della vostra persona è concentrato su quel libro, essendo questo l’unico modo per trarre un beneficio, un di più dalla lettura che non sia effimero e passeggero ma che in qualche modo rimanga, che segni il tempo. Allora quale musica ascoltare? Senz’altro quelle musiche che non appartengono né alla sfera delle distrazioni dai problemi "reali", né "all’effimero" e tantomeno al superfluo, bensì rappresentano un bene prezioso ed irrinunciabile da difendere con ogni mezzo dalla oggi dominante, come ad esempio la musica popolare internazionale, quella classica, il blues e il jazz. Se prendiamo ad esempio la musica popolare africana, è impressionante accorgersi come essa fa pare della vita di una tribù scandendone i ritmi e gli avvenimenti lieti e tristi, come è espressione della gioia e del dolore, come è solenne e festosa. Queste sono musiche che esprimono un’intensità ed una bellezza, contengono cioè un grido, una domanda di senso, a volte espresso solo come nostalgia, che costituisce il vero nervo scoperto dell’umano, il punto più profondo di ogni persona, il motore primo dell’arte, musicale e non. Proprio per far capire meglio il contenuto dei pensieri fin qui esposti vi propongo due cose: un disco da ascoltare e un’intervista da leggere. Il disco è ‘The Buena Vista Social Club", colonna sonora dell’omonimo film, veramente commovente per lo struggimento che esprime e la compostezza e raffinatezza dell’esecuzione. Troverete la vera musica popolare cubana suonata da dei vecchietti over 8° (Compay Segundo ne ha 94), che non hanno fatto altro tutta la vita se non suonare questa musica con un pathos ed un cuore oggi difficilmente rintracciabili altrove, fuori dai grandi riflettori del consenso e del commercio che ci vogliono far credere che la vera musica cubana sia la salsa, oggi propinataci, é il caso di dirlo in tutte le salse.

L’Intervista che segue a Michel Portal, clarinettista e sassofonista francese, uno dei più significativi caposcuola del jazz contemporaneo europeo e della musica "colta, è tutta permeata da un’urgenza espressiva che Portal dichiara essere alla base del suo fare musica. Avremmo veramente bisogno oggi più che mai di incontrare artisti così appassionati e dedicati, con quel nervo scoperto di cui parlavamo e non disposti a farsi operare, ed io cercherò di presentarveli, strada facendo, attraverso indicazioni di dischi ed interviste con alcuni grandi musicisti che hanno cambiato e stanno cambiando la cultura musicale del nostro secolo:

Intervista a Michel Portal, clarinettista e sassofonista francese, uno dei più significativi caposcuola del jazz contemporaneo europeo, della musica "colta". Portal l’insopportabile? No, indomabile sognatore piuttosto: il cui sguardo si illumina non appena evoca Coltrane e Beethoven.

D. Dov’è jazz, o meglio, cosa ne è del jazz, secondo lei?

R. Al momento non si danno ai musicisti di jazz i mezzi per portare a termine delle vere realizzazioni. Spesso gli si chiedono delle piccole formazioni. La maggior parte delle organizzazioni dice: "Per ragioni economiche preferiamo ingaggiare questo gruppo" oppure "i costi sociali sono troppo elevati, fate un trio". Scelgono il casting pensando che forse, in un periodo di crisi, questo farebbe correre meno rischi alla loro manifestazione. Le aperture sono quindi più ridotte per gli artisti. Sempre più musicisti sono costretti a pagarsi la sala prove. Bisogna organizzarsi da soli per mettere in piedi un progetto. La situazione si è particolarmente precarizzata da qualche anno.

D. Questo la manda in collera?

R. Sì, soprattutto quando vedo gli imperativi economici farla da padrone sulla necessità artistica. E’ banale parlare di società dei consumi. Però se non si continua a urlare contro, il nostro silenzio darà ragione a quest’ultima. Io sogno ancora. La musica è bella, anche se piena di imboscate. La parola "promozione" è terribile.

D. La condizione del jazzman si è deteriorata, ma paradossalmente, il jazz è maggiormente di moda, o no?

R. Sì, ha recuperato. In un varietà, verrà integrata una sequenza di free jazz alla Albert Ayler. E’ tutto commercio. Mi ricordo di una presentatrice della televisione che, un giorno, ha presentato Marius Constant, mentre si trattava di Martial Solal. E mentre Martial stava suonando, un artista comico mimava i gesti di un jazzman. Mi ha profondamente irritato, perché emblematico del modo in cui il jazz viene trattato.

Nel frattempo si opera una evoluzione. Dei giovani appaiono. Quando ho suonato con l’ONO, ho incontrato tanti musicisti eccellenti, devoti alla loro arte. Uno come François Moulin ti ridà fiato. Ti arricchisce sul piano musicale e umano.

D. Che cosa è ancora difficile per un artista importante come Lei?

R. La grande questione è rinnovarsi. E’ più difficile nel jazz. Non si può vivere sulle proprie conquiste. Altrimenti si recita una lezioncina a memoria. Raccontare sempre la stessa storia è un’angoscia.

D. Cosa cerca nelle sue collaborazioni con Carolyn Carlson?

R.IL rapporto con l’improvvisazione. Mi piace qualcuno che si muove sulla mia musica, così come mi muovo io sulla danza. Non sono sempre al servizio di quest’ultima. A volte guardo, a volte chiudo gli occhi, per evitare che si installi qualcosa di sistematico. Per me si tratta di un rapporto simile a quello che ho con il cinema: un pungolo che ti spinge altrove, su territori sconosciuti. Ho sempre voglia di incontri.

D. Quali musicisti ancora vorrebbe incontrare?

R. Mi piacerebbe suonare in duo con il cantante Bobby Mc Ferrin. Anche con Joe Zawinul, e molti altri. E non voglio parlare di Sonny Rollins. A chi non piacerebbe suonare con lui? Ho ascoltato Joe Henerson, alla televisione. Regalava frasi magnifiche, che vorresti essere stato tu a suonare. Ammiro anche Wayne Shorter. Lo immagino mentre suona e io, dietro, che conto le note…

D. Potrebbe abbandonare la musica?

R. Sì.

D. Non ci posso credere!

R. Ha ragione. E’ la musica che si può fermare. Perché la speranza si ferma. Trovo terrificante che della gente, qualunque mestiere faccia, sia un giorno obbligata a troncare con la propria attività: cioè licenziamento, disoccupazione…

D. Perché, per lei la speranza può a volte fermarsi?

R. Perché c’è troppa solitudine, ed io non mi ci so abituare. Sono anni che rompo le scatole agli altri a furia di ripetere questa constatazione. Tanti esseri umani non comunicano, e sono emarginati. Questa società si sbarazza dei suoi vecchi e dei suoi disoccupati, dei suoi poveri; espelle gli stranieri che ha fatto venire, in altri tempi, per ricostruire le sue rovine. Io ho bisogno di questi musicisti, perché mi arricchiscono dei loro orizzonti. Mi ricordo di uno dei miei primi concerti a Biarniz. Ho ascoltato due musicisti neri, ai quali si sono affiancati due bianchi. Ho pensato fosse una sfida magnifica.

La musica ha le sue forme di razzismo; la musica che fa "boum-boum", questo martellamento permanente che in definitiva somiglia ad una marcia militare, mi toglie l’aria. Preferisco altre brodaglie propinate alla radio per farci marciare al passo, i tamburi africani che esplodono e fuggono in ogni dove.

D. Quale differenza di approccio e di piacere ha, a seconda che si suoni il jazz o la musica classica?

R. Quando suono Brahms, più o meno so quello che succederà. Il jazz è la terra dell’ignoto, dei sentimenti estremi: lo scoramento che viene quando hai l’impressione che la magia non succeda, oppure al contrario, l’esaltazione da capogiro. Quando si prova questa felicità, non ci si vorrebbe mai separare da questi musicisti sublimi.

D. Brahms si adatta al suo animo, con i suoi eccessi, il suo romanticismo…

R. E’ vero. Ho bisogno di questo più di prima. Il tempo passa, ha più fretta di prima. Penso al classico come un soffio jazz. Difendo Beethoven, come difendo Coltrane. Sono tutti geni dei suoni, delle combinazioni, della poesia.

D. Le ho visto interpretare Beethoven senza guardare la partitura, con questo afflato jazz, appunto…

R. Sì, perché queste musiche fanno parte di me. Sono ancora ciò che mi resta della speranza. In un sogno ho sentito insieme Beethoven al piano, Dizzy alla tromba, Paganini e Mozart al violino e alla viola Eric Dolphy al clarinetto basso e Karlheinz Stockausen ai sintetizzatori, tutto su arrangiamenti di Ligeti. Swingava alla grande!


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