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N. 71  - Dalla Valtellina e dai Contadi  

          
   Editoriale

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 Il pittore Giuseppe Nuvolone nella collegiata di Chiavenna

di Guido Scaramellini

Sono anni, i nostri, in cui in Valtellina e Valchiavenna è un fiorire di cantieri per il restauro delle opere d’arte. I fondi della legge Valtellina hanno dato una boccata d’ossigeno. È così anche a Chiavenna, anzi forse di più, affiancandosi questo fatto all’attività del Centro di studi storici valchiavennaschi, che da quasi trent’anni finanzia, totalmente o in parte, il recupero per lo più di dipinti.

Giuseppe Nuvolone: il miracolo eucaristico della mula (foto F.Pollini ©)

La cappella dei Pestalozzi

Un cantiere, promosso dalla solerzia dell’arciprete mons. Ambrogio Balatti, è legato alla collegiata di San Lorenzo, dove tra il 1998 e il ’99 è stata restaurata la cappella Pestalozzi: una delle sei laterali della chiesa, la prima che s’incontra entrando nella navata sinistra, certo la più importante per dimensioni, per struttura e per dipinti in essa contenuti, che ne fanno il complesso artisticamente più rilevante. Era stata fatta costruire come cappella gentilizia dei Pestalozzi, sul luogo di una precedente dedicata all’Assunta, tra il 1641 e il ’46 secondo il progetto di Francesco Silva di Morbio in canton Ticino. Poiché il tamburo ottagonale e la cupola sono notevolmente elevati, si rese necessario scavare le fondamenta per una profondità di 10 braccia, cioè più di sei metri. I sassi si portarono dalla Dragonera presso Loreto, dal fiume Mera e dalla vicina rocca del Paradiso, dove era appena stato diroccato il castello in seguito alle decisioni del capitolato di Milano che impose di rendere inservibili ai vari contendenti ogni fortificazione.

Nel 1657, come dice una lastra di bronzo collocata sulla parete destra della cappella, il colonnello Paolo Pestalozzi, governatore della Lunigiana, la cui figura stesa sulla bara è sbalzata in alto, lasciò nel testamento 3000 scudi per rifinire e decorare la cappella stessa.

Giuseppe Nuvolone: La predica ai pesci sulla spiaggia di Rimini (foto F.Pollini ©) 

Giuseppe Nuvolone di Milano

Per eseguire l’opera fu scelto il pittore Giuseppe Nuvolone, nato e vissuto a Milano, ma cremonese di origine. Aveva allora 38 anni, era figlio del Panfilo e fratello di Carlo Francesco. Una famiglia di pittori che occupa un posto di rilievo nel panorama dell’arte lombarda del Seicento. In particolare il fratello aveva lasciato una tela, oggi irreperibile, nell’ex convento cappuccino di Chiavenna, mentre un’altra, già in quello di Sondrio, è esposta nel Museo di storia e arte della città.

Quanto a Giuseppe, stilisticamente legato al fratello maggiore, ha di suo una notevole vivacità di tinte e grande armonia compositiva, com’è evidente nelle sue opere, disseminate tra Bergamo, Brescia, Milano, Cremona, Orta e Novara.

A Chiavenna ha lasciato, oltre al grande affresco sul cielo della cupola, cinque tele con episodi della vita di sant’Antonio, detto di Padova per distinguerlo dall’abate, pur essendo, in verità, portoghese di Lisbona. In Italia era arrivato solo dopo la morte di san Francesco, nel cui ordine era entrato, abbandonando il nome Fernando che portava dalla nascita, avvenuta nel 1195.

 

Le tele e gli affreschi

La pala d’altare, sormontata da una teletta dello stesso autore con la colomba dello Spirito santo tra

testine alate, rappresenta la Madonna e sant’Antonio con il bambino: una scena ricorrente nell’iconografia antoniana che si rifà all’episodio di Châteauneuf-la Forêt nel Limousin, dove di notte il santo fu visto in stanza tenere Gesù fra le braccia.

Sul tamburo, partendo da sinistra, è raffigurato il miracolo eucaristico della mula. Un ebreo, tale Guillard, andava negando a Bourges, davanti al santo con l’ostensorio, la presenza reale di Cristo nell’eucarestia, quando la sua mula, trascurando la biada che le veniva porta, cadde in ginocchio davanti all’ostia consacrata, facendo ricredere il suo padrone. Segue la rappresentazione del santo davanti a un uomo, a cui è stato riattaccato il piede destro. Si tratta di un padovano che aveva confessato di aver sferrato un calcio alla madre: "Quel piede meriterebbe di essere tagliato", sbottò il santo indignato. Al che l’uomo, prendendo alla lettera quelle parole, tornato a casa si amputò il piede. Saputolo, il frate prodigiosamente glielo saldò.

Nel quadro successivo il santo sulla spiaggia di Rimini predica ai pesci, attenti alle sue parole più della gente del posto. Infine, sopra l’ingresso, davanti a un castello è rappresentato il ghibellino Ezzelino III da Romano, a cui sant’Antonio a Verona nel 1230 chiese, invano, la liberazione del prigioniero Riccardo, conte guelfo di San Bonifacio.

La cupola, infine, è decorata da una teoria di angeli musicanti con l’organo regale, il liuto, il flauto, la viola da gamba e il violino, intervallati da angeli cantanti e danzanti tra putti che fanno anche ghirlanda al centro.

 

Le firme e i restauri

Nell’incavo dietro quest’ultima tela è affiorata, dipinta a grandi lettere sul muro di fondo, la firma del pittore: Io Iosefo Nivolone, seguita più sotto da Io Petrus, probabile nome di un aiuto. Il Nuvolone ha anche lasciato firma e data nell’angolo basso a sinistra della pala d’altare: Ioseph Niulon(u)s / f(ecit) 1657.

Quest’ultima tela, già sistemata nel 1895 da Luigi Cavenaghi di Milano, è stata di nuovo restaurata da Antonio Quarti di Bergamo nel 1983, insieme alla teletta quadrata posta nell’edicola fra il timpano spezzato dell’altare. Le altre sono state riportate allo splendore originario lo scorso inverno dallo studio Luigi Parma di Milano, che è pure intervenuto sulla Gloria degli angeli nella cupola.

I restauri delle tele con Storie di sant’Antonio di Padova e dei mossi affreschi nel cielo della cupola, quelli degli sguanci delle finestre che hanno restituito le originarie quadrature e quelli delle lesene, decorate ciascuna con un medaglione dipinto, hanno rimediato ai danni del tempo e, per gli affreschi, anche alle infiltrazioni di umidità e a varie ridipinture, per cui oggi la cappella, che nel 1887-89 non fu restaurata come il resto della chiesa per l’indisponibilità dei Pestalozzi, è tornata alla sua originaria bellezza. Tempio dell’arte e pure della musica, da quando, nel 1966, don Giocondo D’Amato la volle come sede della consolle e di parte delle canne del grandioso organo Balbiani Bossi e come cantoria della Corale Laurenziana, che egli aveva fondato trent’anni prima.


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